Il figlio gli dorme sul petto. Lui, intanto, guarda la partita facendo bene attenzione a non svegliare il piccolo. Ma la ROMA senza poter esultare, imprecare e dimenarsi è una impresa. E allora implode. Con le notifiche di Whatsapp che impazzano, una dopo l'altra. Perché ogni snodo della gara – rigore, palo, ammonizione non sanzionata – ne genera dieci, cento. Di tutti gli altri disperati che avrebbe avuto, e anche voluto, accanto allo stadio e che, invece, come lui sono confinati davanti al televisore.

Uno al mare, in bermuda. Sul terrazzo, con una birra fredda in mano. Mentre il resto della casa è già al letto. Un altro sul divano, con il condizionatore sparato sulle spalle ad una temperatura così bassa che, passata l'adrenalina della partita, lo farà stare con la schiena bloccata per due giorni. Un altro ancora guidando un bus notturno con nell'orecchio sinistro – quello verso il finestrino – una cuffietta a fargli compagnia. E tutti gli altri sparpagliati chissà dove, chissà con chi. Con il più sfortunato a cena fuori a millantare interesse per discorsi che in realtà non sta nemmeno ascoltando. Ma annuisce. Sorride. Perché sono gli amici della sua nuova ragazza, e lei ci tiene.

Ma anche lui alla partita, che intanto va avanti. Pure sul suo telefono, senza audio. E lui guarda, sempre più continuamente. Ma con disinvoltura. Fingendo distacco, approssimazione. Fino a che, invece, arriva il momento in cui vorrebbe spaccarlo quel telefono perché la ROMA ha preso il gol del pareggio. E allora ingoia amaro, in silenzio. Implodendo, pure lui. "Vado un attimo in bagno". Lì, da solo e lontano da orecchie indiscrete, potrà sbraitare e inviare un file audio, vietato in almeno dodici stati, agli altri suoi amici.

Quel file, quello con il figlioletto sul collo, non potrà ascoltarlo. Per il terrore che il bimbo possa svegliarsi e, a quel punto, doverlo riaddormentare vorrebbe dire, oltretutto, perdersi almeno dieci minuti di partita. E allora niente. Non ascolta. E non dice nulla proprio come quando la ROMA aveva preso gol. Si limita a soffrire, in silenzio. E soffrire in silenzio è come un gol in trasferta: vale doppio. Perché non puoi scaricarti, condividere.

Si limita a chiudere gli occhi. A mandare la testa indietro. Snocciolando qualche santo scandendo i nomi con le labbra ma senza proferire suoni. E quando tutte queste storie – tutte insieme tra silenzi, succhi gastrici e privazioni – sembrano scivolare via verso il novantesimo arriva quello che, in realtà, tutti aspettavano: il gol della ROMA. Che come uno tsunami, ma di felicità, spazza via ogni regola e sconquassa ogni canovaccio brutalizzando ogni finzione.

Perché quando segna la ROMA si ferma il mondo e, per qualche attimo, tutti si lasciano andare. Senza remore. E allora, per istinto, suona il clacson quello al volante del bus. Svegliando un barbone che dormiva in seconda fila. E facendo cadere il libro ad un ragazzo che leggeva in piedi. E urla, forte, quello sul terrazzo. Al mare. A casa del suocero, che russava in camera. E che si sveglia. "Che colpo che m'hai fatto prendere".

Peggio di lui solo quello al ristorante, che non regge: esulta! A pugni chiusi. Digrignando i denti e lanciando uno stridulo, quanto significativo, "Daje, cazzo!". Un "Daje, cazzo" che popolerà la sua fedina penale per mesi, per anni. Un "Daje cazzo" così persistente nell'aria che la ragazza, e come lei i suoi amici asettici al calcio, non lasceranno mai cadere in prescrizione. Ma chi se ne frega.

Lo pensa pure il papà mentre, dopo il triplice fischio, gironzola per il salotto con l'amato bambino in collo cercandolo di farlo riaddormentare. Fino a che sbuca la moglie, svegliata dal pianto del neonato. Che chiede: "Ha fame?", tenendo gli occhi aperti a fatica". "No, ha segnato la ROMA", dice lui. Lei allora lo guarda, allarga le braccia, scuote la testa e – senza dire una parola – torna a dormire. Sogni d'oro.