La Roma piazza uno scatto che potrebbe rivelarsi decisivo a cinque giornate dalla fine, battendo un vitalissimo Verona, rinforzando il quinto posto, staccando il Napoli (e il Milan) a quattro punti e lasciando a dieci il Sassuolo ottavo, al momento il primo dei club che non saranno in Europa il prossimo anno. Ma non è stata certo una partita facile, ancorché favorita da un rigore iniziale per fallo di Empereur su Pellegrini ben trasformato da Veretout e dal raddoppio di un insolitamente apatico Dzeko alla fine di un tempo in cui il Verona aveva decisamente fatto meglio, pur senza creare clamorose occasioni da gol.

La rete ad inizio ripresa di Pessina, su percussione mancina di Dimarco favorita da un'incertezza di Bruno Peres, ha restituito tensione emotiva alla sfida nel secondo tempo, scivolato via in un turbinio di duelli all'arma bianca che hanno esaltato le capacità di sofferenza del Verona, ma anche le doti guerriere di giocatori come Mancini, Ibanez, Kolarov, Mkhitaryan e Veretout, mai disposti a mollare di un centimetro, a differenza di quel che invece ha fatto Zaniolo (in campo mezz'ora al posto di Pellegrini), rimproverato aspramente sul campo dai suoi compagni (Mancini su tutti) e a fine partita, con insolita durezza, anche da Fonseca. Fa tutto parte di un percorso di crescita di un ragazzo di indubbio talento che però deve ancora ritrovare le giuste misure per farsi apprezzare in maniera più ecumenica. Peccato anche per tutte quelle occasioni sciupate nella ripresa soprattutto da Dzeko: fosse arrivato il gol del 3-1 i tifosi dal divano si sarebbero risparmiati i patimenti finali, che peraltro Pau Lopez ha osservato come loro, senza che fosse mai necessario il suo intervento.

Resta una magnifica squadra quella di Juric, pesante e scattosa come il suo allenatore. Come a Firenze, anche nel primo tempo dell'Olimpico sono stati loro, i veronesi, a fare la partita, costringendo la Roma a difendersi bassa e a cercare sortite in contropiede, proprio come è stata obbligata a fare mercoledì la Fiorentina. Solo che i giallorossi hanno maggior qualità e la differenza nei primi, soffertissimi 49 minuti l'ha fatta proprio il miglior tasso tecnico romanista, a dispetto della continua sostanza prodotta dal Verona. Anche l'atteggiamento non esattamente partecipativo di qualche giallorosso nella parte centrale del tempo ha rischiato di spostare l'inerzia della gara verso i veneti. Ma la partita era stata indirizzata nel verso giusto sin dall'inizio. La prima grande occasione è stata per la Roma al 5', con Spinazzola che su azione successiva a corner ha rimesso basso un bel cross lungo di Dzeko, per la deviazione sottoporta di Mancini, a botta insicura come quasi tutte le botte definite sicure, e il pallone s'è spento nella curva nord deserta. Al 7' una clamorosa incertezza di Pau Lopez ha offerto un'inattesa chance al Verona, su insidioso suggerimento centrale di Faraoni d'esterno, lasciato al portiere che invece di uscire però ha prima fatto un paio di passi indietro, salvo poi ricercare il pallone rischiando l'impatto con Zaccagni, tra le prime proteste di tutti i veronesi.

Un minuto dopo un altro contatto ambiguo è stato fischiato invece a favore della Roma, sulla transizione ben portata da Veretout per Pellegrini, arrivato prima di Empereur all'impatto col pallone: Maresca non ha avuto dubbi, Juric e i suoi giocatori ne hanno espressi molti. A farne le spese, mentre il Var Di Bello non eccepiva nulla rispetto alla decisione del collega sul campo, Veloso, sanzionato con un giallo, e proprio Juric, a cui Maresca ha prima mostrato un giallo e poi addirittura il rosso, provocando un'altra reazione del tecnico che ha fatto per inseguire l'arbitro in campo e poi se n'è andato, per sistemarsi in tribuna e continuare il suo show di urla smodate (clamorosa la protesta per un innocente tocco di Dzeko di mano in area al 26') e suggerimenti tattici. Per regolamento non si può fare e la procura federale avrà preso nota.

Intanto Veretout il rigore l'aveva eseguito a regola d'arte e la Roma al 10' era già in vantaggio. Speculari i sistemi di gioco, ma interpretati in maniera decisamente diversa: spiritati i veronesi, un po' indugianti i blu di casa, nonostante le 24 ore di riposo di vantaggio e i ritmi dell'ultima gara, dimessi per la Roma a Brescia, tutt'altro per il Verona a Firenze. Come una piccola Atalanta, la squadra di Juric si muove compatta in mezzo al campo in tutte e due le fasi, senza nessun autocompiacimento (e nessuna costruzione dal basso), ma con la giusta decisione e la massima lucidità, chiaramente esercitata in allenamento, nella costruzione tra metà campo e trequarti. Ma davanti sono poca cosa, col solo Verre finto centravanti con l'assistenza di Pessina e Zaccagni. In mezzo Amrabat è un Nainggolan giovane e Veloso il regista di ogni ciak. Dietro sono alti e grossi, ma Kumbulla si è arreso subito. Fonseca invece ha una batteria di giocatori tecnici e non tutti guerrieri, tipo Peres, Spinazzola, gli stessi Pellegrini e Mkhitaryan. E sprecano troppi gol: le occasioni nel primo tempo sono capitate soprattutto a Miky (bellissimo il palo interno al 28', numero 18 del campionato e un sinistro al volo da 40 metri al 46'), mentre Dzeko ha messo la sua proprio al 49', staccando imperiosamente di testa. Nel secondo tempo, dopo il gol iniziale di tacco di Pessina in anticipo su Kolarov, il possesso veronese è apparso il preludio ad una possibile rimonta, ma le occasioni migliori sono capitate alla Roma (Dzeko alto al 13', Mkhitaryan quasi a porta vuota al 20' con miracolo difensivo di Lazovic, ancora Dzeko al 28' e ancora Miky al 36'). E i numerosi cambi hanno stabilizzato la superiorità della squadra di casa, con Cristante, Zappacosta, poi Perotti e Villar ad affannarsi con l'eccezione di Zaniolo che con la palla al piede non ha fatto male, ma poi non è sembrato così grintoso in fase di non possesso.