«Oddio Ibanez!». Sembra ancora di sentirlo l'urlo di Fabio Caressa nella concitata telecronaca di quella sera a Kharkiv, quando l'Atalanta di Gasperini diede l'indiscutibile segnale di essere diventata una grande anche europea. Era lo scorso 11 dicembre: i giornali la mattina avevano abbondantemente segnalato le variazioni nelle gerarchie calcistiche italiane, con l'esonero di Ancelotti a Napoli (col conseguente ingaggio offerto a Gattuso) e, soprattutto, l'eliminazione dell'Inter dalla Champions League, dopo la sconfitta interna col Barcellona. La sera dell'11 dicembre toccava invece all'Atalanta, obbligata a vincere in casa dello Shakhtar (dopo la choccante partenza, con tre sconfitte nelle prime tre partite) e a sperare nella conseguente vittoria del City a Zagabria.

L'urlo di Caressa arrivò al 26' del secondo tempo: l'Atalanta aveva appena sbloccato il risultato con Castagne e per consolidare il vantaggio Gasperini inserì l'esordiente Ibanez per Muriel (per cercare di sbloccare la partita aveva giocato a rischiatutto poco prima mettendo la quarta punta, Malinovski al posto di Masiello). Appena entrato in campo, il giovane difensore brasiliano acquistato l'anno prima per una felice intuizione del ds Sartori eppure ancora a quota zero minuti in stagione (e ne aveva giocato solo uno di minuto nel precedente campionato di serie A, entrando al 90' col Genoa, l'11 maggio), si ritrovò a gestire una palla pericolosa in area e per l'emozione nel tentativo di rinviarla con il sinistro se la toccò prima col destro, dando luogo a uno sgorbio tecnico che il telecronista accompagnò con quell'urlo.

Se da quell'errore fosse nato il pareggio dello Shakhtar, probabilmente Roger sarebbe stato rimandato in Brasile col primo aereo. E invece non solo riprese quel pallone e rinviò, ma pochi minuti dopo, in palleggio prolungato nei pressi della propria area, si permise il lusso di eludere una scivolata di Junior Moraes, suo connazionale e centravanti della squadra ucraina, con una finta di suola che rassicurò sia Caressa sia Bergomi sulla assoluta padronanza tecnica dei suoi mezzi e anche sulla personalità che aveva indotto evidentemente Gasperini a mandarlo in campo. Finì in trionfo: dopo il vantaggio di Castagne, segnarono anche Pasalic e Gosens, il City fece il suo dovere e l'Atalanta passò il turno assegnandosi il ruolo da outsider della competizione che oggi fa paura pure a Mbappè e Neymar (e contemporaneamente, quello stesso giorno, la Lazio veniva eliminata dall'Europa League perdendo anche col Rennes, in quella che sarà poi venduta mediaticamente come una scelta strategica, ma vabbè)...

Insomma, l'esordio in Champions di Ibanez fu più o meno un battesimo di fuoco, ma ha dato esattamente la misura delle sue capacità: buttato dentro un catino ribollente, con un'altissima posta in palio, il ragazzino brasiliano ha superato l'impaccio di un approccio terrificante mostrando una padronanza davvero encomiabile. Resta da capire per quale motivo Gasperini, solitamente così accogliente con i difensori che con lui rinascono spesso a nuova vita, abbia accettato di liberarsene. Ci sarebbe una teoria da considerare, secondo la quale i giocatori che sceglie Sartori non sono valorizzati tanto facilmente da Gasperini per via di un rapporto che a dispetto delle apparenze non è poi così solido. Ma magari è solo una maldicenza. Sta di fatto che sulla competenza di Sartori nessun uomo di calcio può nutrire dei dubbi: per lui parla un curriculum eccezionale di cui l'Atalanta ha beneficiato negli anni, diventando la realtà forte e economicamente solida di oggi. Ma non solo: perché Ibanez è (stato) anche un pallino di Walter Sabatini, uno che di difensori brasiliani se ne intende (basti pensare all'affare Marquinhos) e che a gennaio aveva già raggiunto un accordo con il giocatore e con l'Atalanta per il trasferimento al Bologna prima che Petrachi però sparigliasse tutto con un'offerta decisamente superiore. L'ex ds della Roma ci rimase malissimo, tanto da polemizzare pubblicamente per il suo mancato utilizzo: «Ibanez - disse nel corso di una trasmissione televisiva a metà febbraio - a Roma manco sanno dov'è. È desaparecido, lo hanno preso solo per questioni economiche, salariali e di commissioni». Arrivò subito la replica di Petrachi, all'epoca nelle sue piene funzioni di ds della Roma: «Ibanez non ha scelto la Roma per soldi perché ha avuto lo stesso ingaggio che gli aveva promesso il Bologna. È venuto qui perché convinto dal nostro progetto e dalle parole di Fonseca».

Eppure Ibanez fino allo stop della stagione per l'emergenza sanitaria non aveva disputato neanche un minuto con la Roma e si sentiva persino poco apprezzato dall'allenatore portoghese, ignorando forse che qualche osservatore lo aveva segnalato al tecnico già ai tempi della Fluminense, quando Fonseca era sulla panchina dello Shakthar. E Paulo aveva già speso parole di elogio per lui: ecco perché al telefono lo ha convinto a preferire la Roma al Bologna. E appena ne ha avuto l'occasione, già alla ripresa del campionato, mancando Mancini, lo ha messo in campo. Poi l'infortunio di Smalling e l'adozione della difesa a tre ha fatto il resto. Ora Ibanez sembra diventato un punto fermo della Roma: velocità, impostazione e personalità la triade di qualità che ha convinto Fonseca. Il cartellino è in teoria ancora dell'Atalanta, ma tra un anno scatterà l'obbligo dell'acquisto, per dieci milioni. Se vale quel che sembra, è niente.