«Totti e De Rossi sono stati per un certo verso complementari, ma da un altro punto di vista erano l'uno l'opposto dell'altro. Nel senso che l'uno rappresentava quello che l'altro non poteva essere: Totti è stato sempre il primo tra i romanisti, Daniele è stato tutti i romanisti. Uno viene chiamato «Capitano», senza bisogno di ulteriori specifiche, ancora oggi che non è più un calciatore professionista; per l'altro c'è stata l'invenzione giornalistica di un soprannome che nessuno usava con piacere: «Capitan Futuro». Entrambi vengono chiamati spessissimo per nome, ma se Francesco (o con confidenza Checco) ha rappresentato l'immagine ideale che i tifosi sognano di vedere nel proprio specchio, Daniele (o Danielino) gli ha fatto vedere sé stessi dall'esterno. Per questo quando Totti commetteva un errore era un'eccezione, mentre quando sbagliava De Rossi era semplicemente parte della sua natura (forse, addirittura, era un suo dovere). Emanuele Atturo, nel sito sportivo l'Ultimo Uomo (a cui lavoro anche io da anni), ha scritto che a Totti ha sempre perdonato tutto, «accettando che un dio potesse essere capriccioso», mentre a De Rossi non perdonava niente. Solo alla fine ha capito che «rappresentare la propria squadra, essere un esempio, non significa non avere debolezze, ma farci i conti». 

Uno è cresciuto dentro le mura aureliane, a San Giovanni, in una zona popolare il giusto del centro di Roma; l'altro al confine, al limite estremo, quasi in una città a parte. Uno era un predestinato; l'altro si è conquistato la fiducia e l'amore dei suoi tifosi una partita alla volta. E se per Totti dedicare la propria carriera alla Roma è stato un onore e un sacrificio al tempo stesso, perché, come si è ripetuto per anni (e come qualcuno ripete ancora), chissà quanti Palloni d'Oro e Champions League avrebbe vinto se invece fosse andato al Real Madrid; per De Rossi la Roma è stata anche un lusso. Indossare per diciotto anni la maglia giallorossa (per venticinque anni se cominciamo a contare da quando ne aveva dodici, per tutta la vita se consideriamo le foto da bambino), in un'epoca in cui è sempre più raro, non ha fatto che aumentare il valore della sua storia di calciatore; nonostante anche Daniele sia un campione del mondo e, soprattutto, nonostante anche lui abbia rinunciato a delle offerte prestigiose (quando Capello è tornato al Real Madrid nel 2006 ha provato a prenderlo, poi si è parlato di Inter, Manchester United, Manchester City o destinazioni più esotiche e lucrose).  

Francesco è stato il messia, re e salvatore del popolo eletto, per lui la Roma è stata una chiamata divina a cui non ha potuto dire no; Daniele è stato un apostolo, per lui la Roma è stata un sogno che si è avverato, un destino che aveva ammirato proprio in Francesco e che è riuscito a emulare. Non è una mia interpretazione, ma il modo in cui lo stesso  De Rossi si guarda indietro. «Vivere senza Roma» riflette quasi a fine carriera «sarebbe stata una cosa che mi avrebbe fatto più male del non aver vissuto un Real Madrid-Barcellona, o di non aver calcato gli stadi inglesi più belli, di non aver vinto determinate cose». Per Daniele la maglia della Roma è stata come «un'armatura» e quando la indossava, prima di uscire dallo spogliatoio, sentiva di avere sulla propria pelle qualcosa che lo proteggeva e gli dava forza: «Non sempre funziona, non sempre è vincente, ma è quello che sento».

Totti è stato il nostro vanto più ostentato, ma in un certo senso è stato anche un'illusione. Ci ha promesso, con la sua sola presenza, più vittorie di quelle che poi sono arrivate davvero, ma la sua grandezza non coincideva con quella della Roma, con la nostra. E alla fine siamo stati noi a consolarlo, festeggiando i suoi record individuali come fossero stati traguardi storici di tutta la squadra, come se fossero stati anche nostri (e in parte lo erano). Quando durante il suo ultimo discorso ha detto: «Adesso ho bisogno di voi», noi romanisti abbiamo risposto: «France', per te ci saremo sempre». Ma Totti ha continuato a essere il Capitano anche dopo l'addio al calcio, la sua è stata «un'eredità leggerissima», ha detto scherzando Daniele, il giorno in cui Francesco ha presentato la propria autobiografia. «In tutte le partite il coro è "un capitano". Ti guardi intorno e capisci che non stanno dicendo a te». Ridendo racconta di persone che si sentono in dovere di rassicurarlo: «Oh, ma anche te sei bravo, anche te sei il capitano». De Rossi è stato uno svelamento, ci ha permesso di vederci per come eravamo, non per come avremmo voluto essere. L'orgoglio che ci ha dato non era quello della superiorità, ma dell'unicità. L'idea che nessuno era come noi. 

Daniele è stato la nostra diversità, settimana dopo settimana, e averlo in campo in tutti questi anni la nostra consolazione. La Roma poteva anche non vincere niente, ma almeno c'era De Rossi». 

Estratto del libro di Daniele Manusia, "Daniele De Rossi o dell'amore reciproco", 66TH A2ND, in libreria dal 4 giugno