«Also Petrachi?», anche Petrachi? Pare che sia stata questa la reazione di mister Dan Friedkin quando, due giorni fa, i suoi uomini italiani lo hanno messo al corrente della «sospensione» del direttore sportivo della Roma Gianluca Petrachi, sospensione che pure a Houston hanno interpretato come un licenziamento. Reazione che, al di là di qualsiasi considerazione possano avere in Texas del direttore sportivo, certifica soprattutto una cosa. Ovvero che Dan Friedkin e il suo gruppo non hanno minimamente abbandonato l'idea di diventare i nuovi proprietari della società giallorossa. Del resto possiamo certificare con sicurezza che tutti i giorni in Italia (non a Roma) c'è qualcuno che confeziona, traducendo, una dettagliata rassegna stampa su tutto quello che viene pubblicato intorno al pianeta Roma, rassegna stampa che poi viene inviata al quartiere generale del gruppo Friedkin con la prima copia che va direttamente sulla scrivania del grande capo Dan. Che, chi lo conosce bene, ci assicura che non ha assolutamente abbandonato l'idea di acquistare il pacchetto di maggioranza della Roma, aggiungendo pure, forse con un pizzico di sceneggiatura, che per il miliardario americano succedere a James Pallotta è diventata quasi un'ossessione.

Indipendentemente, oltretutto, dalle insistenze del figlio Ryan, sponsor principale del deal e che prima che scoppiasse la pandemia stava chiudendo le valigie per trasferirsi a Roma come dirigente operativo della nuova proprietà, visto che l'affare si era concluso sulla base di circa settecentoventi milioni di dollari. Poi, purtroppo, è successo quello che è successo e tutto è stato stoppato. Ma non dimenticato. Nel senso che il gruppo Friedkin è ancora intenzionato a chiudere la trattativa. Ovviamente a cifre diverse rispetto a quelle concordate prima della pandemia. Ed è su queste nuove cifre che la trattativa è finita in una situazione di stallo. Con un'aggravante, però. Cioè che i rapporti tra Pallotta e Friedkin si sono di molto raffreddati. In particolare dopo la recente intervista in cui l'attuale proprietario del club giallorosso ha pronunciato parole non proprio propedeutiche («Se il gruppo Friedkin avesse i soldi», «Offerta irricevibile») ad alimentare una trattativa tutta da ricostruire. Parole, forse, pronunciate volontariamente, proprio con l'obiettivo di scatenare una potenziale reazione da parte della controparte. E, per certi versi, questa reazione c'è stata perché Friedkin non ha nessuna intenzione di mollare il deal Roma.

Certo dovrà in qualche maniera modificare i numeri offerti nel corso dell'ultimo contatto conosciuto tra le parti. Numeri che offrivano centoventicinque milioni di euro subito, cinquantacinque dopo sei mesi, l'eredità di accollarsi i duecentottanta milioni di debito consolidato della società giallorossa, ottantacinque milioni da immettere nella società come immediato aumento di capitale sociale nel momento in cui ci fosse stato il cambio di proprietà. Questa è stata l'offerta irricevibile, parole di Pallotta, su cui le parti si sono salutate. La chiave, per quello che siamo riusciti a capire e sapere, sono proprio gli ottantacinque milioni di euro di aumento capitale e, soprattutto, il pagamento dilazionato. Le due opzioni che a Pallotta hanno fatto dire che non si chiude un affare di questa portata facendo «seller financing». In pratica, secondo Jimmy, chiedendo di fare un pagamento dilazionato. C'è anche da aggiungere che con questi numeri, Pallotta e i suoi soci chiuderebbero la questione Roma con una perdita secca di oltre cento milioni di euro, non proprio un successo dopo nove anni di gestione. Cento milioni che sono molto vicini a quegli ottantacinque che Friedkin, una volta diventato proprietario della Roma, ha garantito di voler subito immettere nelle casse giallorosse.

In sostanza Pallotta, per rimettersi al tavolo della trattativa, vuole che la controparte alzi il cash da versare, subito, a lui e ai suoi soci per limitare le perdite. Discorso che si potrebbe pure riavviare in questo senso, ma il problema adesso è che tra i due imprenditori è calato un gelo che sconsiglia sia l'uno che l'altro a fare il primo passo. Come fare, allora? Qualcuno ci ha suggerito che potrebbe allora materializzarsi un terzo incomodo, che in questo caso però farebbe molto comodo. Non è un mistero, per esempio, che Friedkin nell'affare Roma sarebbe (è) affiancato da alcuni soci che, nel caso di acquisto, lo accompagnerebbero nella gestione della società giallorossa. Allora perché non pensare che uno di questi soci possa riavviare la trattativa con Pallotta, aumentando di venti-trenti milioni l'offerta, garantendo un pagamento di tutto e subito, sperando così di arrivare al brindisi finale? Friedkin non si tirerebbe indietro. Perché lui e il figlio Ryan continuano a volere la Roma. Forse pure di più rispetto a qualche mese fa. Non resta che aspettare. Magari che si concluda il campionato con un'imprevista qualificazione Champions o che arrivi il sì per lo stadio. Due possibilità che potrebbero far comodo a tutte le parti in causa.