Tanto tuonò che rimasero le nuvole ad incombere sopra i campi di Trigoria. Il giorno dopo il possibile chiarimento sul caso Petrachi la parola d'ordine è far finta che niente sia successo. Ma la verità è che tutto è successo e adesso la Roma si ritrova in casa un direttore sportivo che ha perso la pienezza del suo ruolo, che non può più in alcun modo sfruttare il suo carisma per affrontare i giocatori, che difficilmente potrà contare sulla piena collaborazione di Fonseca e che sul mercato si ritroverà ad operare con le difficoltà di chi deve muoversi dentro margini troppo stretti, perché i suoi compiti saranno probabilmente limitati alle sole operazioni in uscita, visto che il mercato in entrata, per la stagione che partirà dal 12 settembre, per scelta resterà bloccato per diverse settimane sugli accordi già trovati per Pedro e sulle conferme, in via di definizione, per Smalling e Mkhitaryan. Un ds a metà, che lavora da separato in casa, che ha rotto i rapporti col proprietario e che non ha alcuna intenzione di dimettersi. E che, anzi, ha semmai l'intenzione di continuare a lavorare così, come se nulla davvero fosse accaduto, con la certezza che la scossa data con questo episodio sia stata persino costruttiva. E se proprio Pallotta vorrà cacciarlo, dovrà fare la mossa. Ma lui non si muove.

Così, razionalmente, c'è chi tra Trigoria e viale Tolstoj continua a pensare che l'unica strada percorribile per uscire dall'impasse sia proprio quella del licenziamento per giusta causa. È quello che vorrebbe Pallotta, indispettito per il messaggio che il suo dipendente gli ha inviato giovedì notte, prassi totalmente irrituale e, nello specifico, decisamente immotivata. Non solo la dialettica tra un presidente e un direttore sportivo non dovrebbe mai trascendere a tali livelli, ma la questione sarebbe forse almeno parzialmente comprensibile (e comunque mai giustificabile) se ci fosse alla base un motivo sostanziale: e invece Petrachi ha scritto quel messaggio sull'impeto di un'arrabbiatura per uno sgarbo che in realtà Pallotta non si è mai sognato di riservargli.

Come già noto, infatti, il saluto a Fonseca, con riferimento al rapporto con Fienga e Zubiria, è stato estrapolato da una più ampia intervista che originariamente conteneva anche il riconoscimento per il lavoro svolto dal ds. Ma quando poi la chiacchierata (avvenuta un paio di giorni prima del fattaccio tra il presidente e Paul Rogers, responsabile della comunicazione social del club) è stata resa pubblica, inevitabilmente proprio il passaggio su Petrachi è stato tolto. L'ad Fienga ha cominciato lunedì un'opera di mediazione davvero complicata: conciliare posizioni inconciliabili. Oltretutto Petrachi venerdì, offeso con il mondo e dopo aver scaricato la sua rabbia sul presidente e dopo aver ribadito il suo malumore pure a Fienga che pure in questi mesi più volte era intervenuto a sciogliere tensioni improvvise intorno alla figura del ds, ha lasciato Roma per rifugiarsi a Lecce senza nemmeno seguire l'allenamento della squadra, come se si sentisse esautorato pure da quel ruolo.

Richiamato all'ordine, lunedì è tornato al centro sportivo e, dopo aver incontrato proprio Fienga, al quale ha ribadito la sua intenzione di continuare a lavorare per la Roma (neanche sfiorato dalla prospettiva delle dimissioni), ha assistito all'allenamento della squadra. Nel frattempo danno in arrivo all'ufficio della direzione sportiva, in quota De Sanctis, anche un nuovo elemento: Simone Lo Schiavo, attuale ds della Vibonese. Potrebbe essere il nuovo capo degli osservatori al posto del fido (di Petrachi) Cavallo. Un altro segnale che qualcosa sta cambiando e che presto potrebbero esserci sviluppi e ulteriori prese di posizioni. Restare separati in casa non conviene a nessuno.