Pallotta-Friedkin, Friedkin-Pallotta. Una storia che un giorno sembra chiusa e l'altro aperta. Un ping pong frenetico o mediatico che non è proprio di un affare così complesso come il passaggio di proprietà della Roma ai tempi del coronavirus. In un quadro in evoluzione, dove tutto è cambiato dall'inizio del 2020, quando Dan Friedkin aveva in pugno la Roma per una cifra vicina a 700 milioni di euro, ad oggi, che le incertezze del mondo hanno fatto non solo crollare l'economia mondiale e contestualmente abbassare il fair value della Roma, la prudenza è d'obbligo.

L'affare è ancora possibile, anche se a condizioni diverse da quelle della stretta di mano di fine anno. La semestrale del club ha dato un segnale, la relazione non deve aver convinto Friedkin che vuole comunque aspettare il bilancio del 30 giugno che porterà la firma di Pallotta prima di valutare nuovamente l'opportunità. Se il campionato dovesse davvero riprendere come sembra, anche se ormai diretto verso orbite soprattutto televisive (se poi tornassero anche a popolarsi in parte gli stadi in autunno tanto meglio), le previsioni potrebbero essere più rosee. Troppi "se", per ora.

Nessun contatto recente confermato tra i magnati, ma l'attività dei legali e di sta lavorando al deal non si è mai fermata: prima di un disgelo c'è bisogno di una gelata, che a tutt'oggi non si registra. Pallotta ha tranquillizzato tutti e farà fronte agli impegni per garantire la continuità aziendale, nonostante i moniti contenuti nella relazione di Deloitte. Il presidente della Roma ieri si è tra l'altro reso protagonista di un tweet al vetriolo nei confronti del governatore del Massachusetts, Charlie Baker, che aveva pubblicato l'articolo che illustrava la strategia dello stato americano di fronte alla riapertura dopo il lockdown: «Hai mandato in bancarotta mezza Boston. Ignoranza». Una risposta senza mezze misure.