Dici Zibi, pensi Boniek. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. È stato il più forte giocatore polacco di sempre, un campione, Michel Platini gli dovrebbe perlomeno un pallone d'oro, l'Avvocato lo chiamava il bello di notte, a Roma lo abbiamo chiamato semplicemente Zibi, visto da queste parti correre su un campo giocando pure da libero. Oggi è un imprenditore di successo che ha diviso il suo cuore tra Polonia e Italia. Da quasi otto anni è il presidente della federazione polacca di calcio che ha trasformato nel presente proiettandola nel futuro, a ottobre lascerà pronto per una nuova avventura, chissà magari interessato ad ascoltare una proposta dalla (nuova) Roma, o anche da quell'Uefa con cui da anni ha inevitabilmente contatti quotidiani. Quell'Uefa che in questi ultimi giorni ha tentato di resistere fino all'ultimo prima finalmente di dichiarare game over per un calcio che rischiava di perdere non le partite, ma la faccia.

Zibì come va?
«Male. Sono depresso e lo dico con tutto il rispetto per le persone che hanno a che fare con la depressione».

In Polonia com'è la situazione?
«Preoccupata. Io come presidente della Federazione da poche ore ho deciso per la sospensione del campionato, anche se qui da noi non c'è stato nessun caso. Ma non si poteva andare avanti perché stiamo attraversando una situazione che fino a pochi giorni fa era sconosciuta».

Come farete per la classifica finale?
«Prematuro dirlo, anche perché chi ci può dire con certezza quando sarà possibile ricominciare?».

E se non fosse possibile come vi comportereste?
«Ho già comunicato a tutti i club che in caso di stop definitivo al campionato, avendo tutte le squadre giocato lo stesso numero di partite, saranno valide le posizioni occupate al momento dello stop».

Quindi Legia Varsavia campione e niente play off.
«Sì. I play off in ogni caso sono stati cancellati. Il Legia ha un vantaggio di otto punti a quattro giornate dalla conclusione della stagione regolare, se non si potrà riprendere sarà campione».

Lo sai che in Italia è stata prospettata l'ipotesi di decidere Scudetto e retrocessioni con i play off?
«Ho sentito che potrebbe essere valutata questa opzione. Bisognerebbe vedere come organizzarla. Le prime e le ultime quattro? Le prime e le ultime otto? Credo che ogni decisione potrebbe essere soggetta a critiche e polemiche».

Ma sarebbe una cosa giusta?
«Cambiare le regole nel corso della stagione non può mai essere un soluzione equa. Ma è anche vero che stiamo attraversando un periodo straordinario e di fronte a questo ci può stare l'introduzione di una legge straordinaria».

Come faresti concludere i campionati?
«Risposta da un milione di euro. Se non altro perché non sappiamo quando si potrà tornare a convivere con la normalità. Ci sono interessi enormi che ruotano intorno al calcio, la speranza è che si possa riprendere avendo il tempo necessario per arrivare alla fine dei campionati».

Che tempi ci sono per poter regolarizzare tutto?
«Uno, massimo due mesi. Una data limite penso che ci sia».

Quale?
«Direi il trenta giugno, data in cui diversi giocatori andranno in scadenza di contratto. Andare oltre la vedo complicata, senza dimenticare che la consuetudine è che nei mesi di luglio e agosto vada in scena il mercato e che alcuni campionati, come la Premier, solitamente iniziano ai primi di agosto».

Magari, a proposito dei contratti, potrebbe essere concessa una deroga.
«È un'ipotesi. Ma con gli Europei come la mettiamo?».

Lo chiediamo a te.
«Io non so ancora cosa succederà e quali decisioni saranno prese. Certo non sarei sorpreso di un eventuale slittamento dei campionati europei, potrebbe rivelarsi la soluzione più giusta».

Qualcuno ipotizza di farli giocare tra giugno e luglio del prossimo anno.
«Potrebbe essere, anche se poi c'è la Nations League, i diritti televisivi, gli sponsor, insomma il problema non è di facile soluzione».

E per le coppe europee che soluzioni ti senti di poter fare?
«Altro problemone. Dipende sempre da quando la situazione potrà tornare a essere normale. Non siamo allineati neppure ai quarti di finale, ci sono ancora parecchie partite da giocare».

E allora?
«Un'idea potrebbe essere quella di far giocare, dai quarti in poi, una partita unica. Si fa un sorteggio, chi lo vince gioca in casa e le due squadre si giocano la qualificazione in novanta minuti più eventuali supplementari e calci di rigore. In questa maniera si recupererebbero due settimane».

E per le squadre che non hanno completato gli ottavi di finale?
«Si potrebbe fare un turno unico in cui le squadre di Roma, Inter, Getafe e Siviglia giocano in partita unica e contemporaneamente gli altri sei ottavi con la gara di ritorno. Mi rendo conto che non è la soluzione ideale e se qualcuno ha un'idea più giusta sono pronto ad accoglierla».

Come giudichi il comportamento dell'Uefa in questa crisi? Non pensi che si siano mossi con ritardo?
«Forse, ma è anche vero che stavano affrontando una questione assolutamente inedita e c'era il rischio, al contrario, di prendere decisioni affrettate».

Nella Nba non è successo: dopo il primo caso di un giocatore positivo, il commissioner in poche ore ha deciso di sospendere le partite.
«È una situazione diversa. Lì il commissioner è il capo e decide lui. L'Uefa prima di poter prendere una decisione, ha l'obbligo di dover sentire i rappresentanti delle cinquantacinque federazioni che la compongono. E questo, come è facilmente intuibile, porta a un allungamento dei tempi».

È vero che l'Uefa ti ha interpellato, come presidente della federazione polacca, per avere una risposta sulla disponibilità della Polonia per far giocare la partita della Roma contro il Siviglia?
«Pensare che in questa edizione dell'Europa League la finale si dovrebbe giocare qui in Polonia, a Danzica, mi avrebbe fatto un grande piacere andarci e vedere in campo la Roma. Riguardo alla tua domanda rispondo no, io non ho sentito nessuno. Però so che è stato fatto sicuramente un tentativo con un altro paese europeo equamente distante da Italia e Spagna».

La Francia?
«Lo hai detto te».

Quali errori sono stati commessi in questa crisi?
«Stiamo vivendo un momento senza precedenti. Che ci potessero essere degli errori, non potrebbe sorprendermi. Semmai l'errore che sto vedendo è che c'è il rischio che alcuni paesi non abbiano ancora capito bene la gravità della situazione».

L'Italia è stata il primo paese europeo a esser coinvolto.
«Voglio dire soltanto una cosa: sono fiero di come gli italiani stanno affrontando il problema. Il popolo italiano sta affrontando sacrifici enormi e lo sta facendo con una straordinaria dignità. Vuoi sapere la cosa che mi fa veramente incazzare?».

La voglio sapere.
«Mi fanno incazzare tutti quelli che colpevolizzano l'Italia non capendo che i primi a essere danneggiati sono proprio gli italiani. Voglio bene all'Italia e agli italiani, è la mia seconda patria, ho due nipotini a Roma, la mia residenza è lì, sto con voi con tutto il mio cuore metà polacco e metà italiano».

Pensi che questa crisi ci farà capire qualcosa?
«Prima di tutto credo che questo coronavirus possa essere una lezione per tutti, nessuno escluso. E lo dico sapendo che, oltre all'aspetto prioritario della salute della gente, ci saranno molte ripercussioni sull'economia. Stiamo vivendo una tragedia, è come se un'onda gigantesca sommergesse tutti con il novanta per cento delle persone che riemerge mentre per il restante dieci per cento c'è da fare i conti con una realtà sconosciuta. E poi c'è un altro aspetto che mi mette paura».

Quale?
«Il mio più grande dolore è che ai terroristi non servirà più armarsi di bombe, gli sarà sufficiente diffondere un virus. È proprio così. E la cosa mi spaventa enormemente».

Boniek tutto questo come lo sta vivendo?
«Con enormi difficoltà. Io sono abituato da sempre a muovermi per questioni famigliari o di lavoro. Ora sono qui a Varsavia e non posso viaggiare anche se da qui ci sono voli regolari. Ho due nipoti a Roma e tre a Londra, mi mancano. Li vedo con Skype e ci alleniamo insieme. Non vedo l'ora di poterli abbracciare».

Zibi sei ottimista per il futuro?
«Ottimista lo sono di natura, ma in questo momento ho un po' più di difficoltà a esserlo».

Prima di salutarti non posso non chiederti una cosa a proposito della Roma: il nuovo proprietario in pectore della società, Dan Friedkin, non è che ti ha fatto una telefonata per entrare nel club?
«Io ho detto che se dovessero farmi una telefonata, sarei pronto ad ascoltare perché, io una certa simpatia per la Roma ce l'ho. Detto questo, aggiungo che non mi è mai arrivata nessuna telefonata».
Forse non hanno il numero di telefono, nel caso siamo qui a disposizione.