Il 9 marzo 1980 sarà per voi una data come un'altra. E lo sarebbe anche per me, se due domeniche fa, sfidando l'incombente Coronavirus, non fossi andato a Porta Portese. Ora provo a spiegarvi. Si dà il caso che io sia del 1969 e, dopo qualche anno passato a recriminare perché mio padre, a un certo punto della domenica, qualche volta in compagnia di mio zio, si piazzava davanti al televisore a vedere brevi immagini, in bianco e nero, di partite di pallone inframezzate da persone che parlavano troppo, accadde un pomeriggio che le immagini proseguirono senza interruzioni ed io pensai: però, mica male ‘sto calcio. Invece di 90° Minuto, avevo intercettato la differita di un tempo di una partita di serie A. Per l'inizio del campionato 1975/76 scelsi la mia squadra sulla base di un ragionamento elementare: sono nato a Roma, vivo a Roma, devo essere della Roma. Arrivarono l'album delle figurine, il pallone di cuoio, le ore passate a giocare al prato e in cortile. Poi il desiderio dello stadio, un posto da "grandi", dove ogni tanto mio padre andava, insieme a quello stesso zio, laziale e commissario di Polizia, che spesso aveva un biglietto omaggio. Un giorno anche mio fratello ed io fummo ammessi allo stadio, a turno, anche se mio zio diceva che poteva farci entrare solo alle partite della Lazio. Forse sperava di condurci dalla sua parte, ma noi, ormai, eravamo romanisti. Il mio esordio fu Lazio-Napoli, nel campionato 1976/77, finì 0 a 0 ed io rimasi deluso, perché manco un gol avevo visto.  

Ok, direte, ma allora ‘sto 9 marzo 1980? Un attimo, fatemici arrivare. Conobbi il mondo dello stadio, l'emozione che tutti i bambini provano quando salgono le scale e, all'improvviso, davanti a loro, vedono il verde del campo, circondato dal marmo bianco dell'Olimpico. Andavamo nella Tribuna Monte Mario, mio zio con la sua tessera da commissario di Polizia - che fico, pensavo, da grande lo voglio fare pure io - mio padre con il biglietto omaggio e il terzo, alternativamente mio fratello ed io, grazie al Questore Sempronio, che arrivava tardi, l'aria e i modi della persona importante, e agli addetti all'ingresso urlava: «Sono il Questore Sempronio e loro sono con me, sono con me!». Anni eroici, nella tribuna Monte Mario. Una volta, sempre per una partita della Lazio, vidi la partita accanto a Sergio Santarini, capitano della mia Roma di allora. Un po' come se nel 2006 un bambino di 8 anni avesse visto la partita accanto a Totti, trentenne capitano della sua Roma. Io, comunque, non osavo chiedere di andare a vedere la Roma, perché ero un bambino educato, forse troppo, sino a quando, una domenica, i miei genitori erano fuori, mio zio mi propose di andare a vedere Perugia-Lazio. Eravamo oramai nel campionato 1979/80, io sempre più romanista, anche se allo stadio a vedere la Roma non ero andato mai. Vivevo il tifo alla radio, in televisione con 90° Minuto, con le figurine dei calciatori e le foto sui quotidiani, passavo ore a studiare i particolari del volto, del fisico, del gesto, persino degli spettatori. Era un calcio molto immaginato. Nessuna ripresa dal campo, dagli spogliatoi o dal sottopassaggio, quelle cose arrivarono dopo (Michele Plastino, per la verità, si era già inventato alcune di quelle riprese, solo che io "Goal di notte" non lo potevo vedere, perché andava in onda tardi). Insomma, le gradinate dello stadio, a 100 metri dal campo, erano il punto più vicino al sogno.

Quella domenica, comunque, avevo già  accettato di andare a Perugia, quando Gina, e sarebbe davvero lungo spiegare chi fosse, basti dire che è stata una presenza fondamentale nella mia famiglia, disse: «Ma perché sto povero ragazzo non lo porti a vedere la Roma?». Mio zio si mise forse una mano sulla coscienza, così andammo all'Olimpico, e fu Roma-Napoli, solo che finì 0 a 0 ed io rosicai, perché il giorno dopo a scuola i compagni non mi avrebbero invidiato tanto. Ero talmente deluso per non avere visto un gol della Roma che, vincendo la mia proverbiale accondiscendenza, provai a insistere: «Mi porti un'altra volta? Dai zio, per favore». Dovetti essere convincente, perché 15 giorni dopo tornammo allo stadio: Roma-Catanzaro. Era brutto tempo e stavamo nella Tevere non numerata sud, perché il Questore Sempronio, mi sono dimenticato di dire, a vedere la Roma non andava. Ricordo tuttissimo di quella domenica, più della prima volta: i pennoni della Tevere con le bandiere giallorosse della Roma e del Catanzaro, nel mezzo quella dell'Italia. Il prato verde, l'attesa, poi l'ingresso dei calciatori, sulle note dell'inno di Lando Fiorini, la pioggia, il risultato fermo sullo 0 a 0, le bucce delle noccioline che si attaccavano sul giacchetto di camoscio di mio zio, e io che smoccolo: «Zio, porca miseria, sono proprio sfortunato, un gol della Roma allo stadio non riesco proprio a vederlo». Era passata la metà del secondo tempo e non succedeva nulla, quando, all'improvviso, ecco il pallone che ballonzola davanti alla porta, e Pruzzo, santissimo Pruzzo, Pruzzone mio, con la maglia della Pouchain, si gira, tira di destro e la palla va in rete, davanti a me, nella porta della sud; lo stadio esplode, Pruzzo inizia a correre e io abbraccio mio zio, che, oramai lo sanno pure i sassi, era laziale, però vedeva me felice e allora un po', in cuor suo, esultava pure lui: «Hai visto zio? La Roma ha segnato, che bello, e che buon odore ha ora questo giacchetto che sa di pioggia e bucce di noccioline, perché domani potrò andare a scuola e dire che ho visto la Roma vincere allo stadio».  

Ora voi vorrete sapere: ‘sto 9 marzo del 1980, per la miseria, cosa significa? Adesso davvero ve lo spiego, ma dobbiamo andare a due domeniche fa, quando ero a Porta Portese, con mia moglie e i miei figli. Risalivamo la corrente ed ecco che su una bancarella compare un vecchio numero della rivista "Giallorossi", in copertina la foto di Carletto Ancelotti con la nazionale. Chiedo quanto viene e la compro, senza esitazioni. La apro delicatamente e vedo i servizi fotografici di alcune partite, tra cui la fatidica Roma-Catanzaro. Oddio, che bello! Lo dico a mia figlia, poi a mia moglie e a mio figlio; a loro non importa molto, però, come mio zio allora, sono felici di vedermi felice. Stringo la rivista a me, come se fosse un tesoro. Quando arriviamo a casa sono le 3 passate, e dobbiamo ancora mangiare, ma ho un appuntamento importante: prendo la rivista, mi siedo al tavolo più comodo e più luminoso, scorro le pagine e vado direttamente al servizio di Roma-Catanzaro; mi ritrovo di nuovo a studiare i particolati del viso, il gesto atletico, le persone sugli spalti, nella Tevere non numerata sud, dove eravamo seduti mio zio ed io. Mi sembra di sentire di nuovo quel buon odore di pioggia e noccioline. Solo a quel punto leggo la data dell'incontro: 9 marzo 1980. Sì, oggi, 40 anni fa, per la prima volta vedevo la mia Roma vincere allo stadio... Ora io vi confesso che tutto questo l'avrei raccontato a mio zio e insieme avremmo ricordato ciò che è stato, come sempre in tutti questi anni, a ogni passaggio con qualche imprecisione in più. L'avrei fatto. Solo che ora non posso più. Per questo lo racconto a voi.