A Roma il termine zio è una medaglia al valore. Un premio che, a prescindere dai reali rapporti di parentela, ci si guadagna sul campo con gli abbracci, i baci, i giochi sdraiati per terra e le passeggiate sulle spalle a guardare il mondo da tutta un'altra prospettiva. Zio non per etichetta ma per scelta. Zio perché si cresce insieme, amici da sempre. Per sempre. E allora, quando diventerai genitore, tuo figlio, per me, sarà diverso da tutti gli altri per quanto grande sarà il bene che mi legherà a lui.

Come a Francesco, mio "nipote". Che con il padre ho condiviso e condivido così tante similitudini, avventure, emozioni e circostanze, che se mi volessi divertire a sovrapporre il corso della nostra vita verrebbe fuori una sola linea, la stessa. Una linea che, tra le tante cose, si ritroverebbe a passare per la Roma cento, mille, diecimila volte: dallo scambio delle figurine sui banchi di scuola, fino alla tranvata di sabato sera. Una interminabile serie di emozioni, roboanti vittorie e, purtroppo, anche tante rovinose sconfitte. Esultanze da farci esplodere il cuore di gioia ma anche profonde delusioni capaci di toglierci il sonno.

Già… Perché se la Roma perde iniziamo a scriverci anche in piena notte per scaricare l'adrenalina e lenire le ferite imprecando, rimuginando e cavalcando decine di quei maledetti "se" che governano il corso di una partita di calcio. Prima in settori differenti dello stadio e poi, da moltissimi anni, gomito a gomito. Abbiamo condiviso esplosioni di gioia da rimaner senza fiato, qualche lacrima, molta birra e la sensazione, con gli altri amici, che insieme, ogni volta, tutto sarebbe stato possibile: il gol di Manolas al Barcellona ma pure Pazzini, i quattro derby persi ma anche Delvecchio, Paolo Negro e «Vi ho purgato ancora». Roma-Milan di Claudio Paul Caniggia, Di Canio, Frisk, Roma-Parma, i sette gol presi ma pure quelli fatti in una sterminata serie di partite giocate in pomeriggi assolati, così come in serate gelide tra protagonisti assoluti, eroi mancati e gol indimenticabili.

Non molleremo mai. Perché questa passione c'appartiene e si tramanda come fosse un valore di famiglia: il rispetto per le persone anziane, l'amore per le cose semplici, il senso del dovere, il no al razzismo e lei, la Roma. Anche per questo, allora, mia figlia non ha dovuto far domande, sapeva. Vedeva. E così il piccolo Francesco: torno a lui. Che a suo padre non ha staccato solamente il viso ma anche la Lupa dal cuore per incollarla sopra il suo.

Lui «Ce l'ho, ce l'ho, mi manca», lui con gli occhi pieni di sogni e la voglia, anche quando era ancora più piccolo, di andare allo stadio a vedere la Roma. Tanto che poi, finalmente, quel giorno è arrivato per davvero e a guardarli insieme, padre e figlio, non si riusciva a capire se il più felice era il piccolo o il grande che, tenendolo per mano, cercava di raccontargli le emozioni che, tanti anni prima, aveva provato lui nel fare le stesse scalette per la prima volta.

Quel pomeriggio non lo dimenticheranno mai, nessuno dei due. Perché quel bambino con il cappello in testa, la maglia addosso e uno scintillante sorriso stampato sul viso di questa squadra potrebbe rappresentarne il manifesto, il seme della sua continua rinascita. Proprio così: se la Roma non morirà mai sarà perché ogni tifoso ne contagerà un altro portandolo a sacrificare tempo, fegato e risparmi in suo nome. Ma senza rimpianti, perché così è l'amore. Come il mio, infinito, per questo bambino che dalla nascita questa medaglia di chiamarmi zio me l'ha appuntata sul petto. Come il mio per questo bambino che, avvicinandosi allo stadio, guardando tra tutte le bandiere ha scelto quella con il numero sedici. Perché tanto, poi, le cose che durano per sempre tra di loro si attraggono. Forza Roma bello di zio!