Leader lo è da tempo. Ora ha anche i gradi sul braccio a certificarlo. Con la partenza di Florenzi, Edin Dzeko è diventato il Capitano designato della Roma. E a meno che non decida di cedere la fascia a Pellegrini (ma non tira quest'aria), lo sarà almeno fino a fine stagione. Il bosniaco a Reggio Emilia la personalità l'ha messa prima sul campo (dove è stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro generale) e poi fuori, mettendoci la faccia a fine partita. E ai microfoni nella pancia del Mapei, il numero 9 ha regalato parole durissime. «Non siamo stati al livello della Serie A». Una sorta di scossone alla squadra dopo la figuraccia rimediata contro il Sassuolo, dalla quale - è bene chiarirlo - nessuno può sentirsi esentato. «Nel primo tempo nessuno di noi è stato al livello», ha spiegato Dzeko. E ancora: «Non si può vincerne una e perderne un'altra. Ci sono tanti giocatori esperti ma anche diversi giovani che non devono vivere per due o tre partite, bisogna fare sempre di più». Qualcuno ha letto le dichiarazioni del centravanti come un attacco alla nuova generazione, che si starebbe mostrando non ancora matura per certi livelli. Più probabilmente (ma in ogni caso ci si muove nel campo minato delle interpretazioni) Dzeko ha indirizzato un messaggio autorevole e al tempo stesso grave nel suo vigore. Domenica poi, nel giorno di riposo concesso da Fonseca, i giocatori si sono ritrovati ospiti proprio del Capitano, in un casale di Ostia Antica, per festeggiare i 4 anni della figlia Una. Tutti invitati con le rispettive famiglie, e al di là della ricorrenza speciale, si può leggere la reunion anche come un altro modo per fare gruppo. Quello stesso gruppo che tanto bene aveva fatto fino a dicembre, pure con qualche fisiologica battuta d'arresto. Ma che dal ritorno dalla pausa natalizia sembra aver smarrito smalto e carattere. La partita contro il Genoa e soprattutto il derby costituiscono le due piacevoli eccezioni a un 2020 per ora molto differente rispetto ai mesi precedenti. In meno di un mese la Roma ha cancellato i suoi numeri positivi, incassando due sconfitte consecutive in casa; abbandonando il primato di miglior difesa esterna del torneo; perdendo anche la solidità psicologica che in questa stagione non l'aveva mai portata a subire crolli, almeno in termini di punteggio.  

Il momento impone un corto circuito, partendo da quello verbale. Perché anche «le parole sono importanti» se arrivano da chi ha il carisma per pronunciarle. Dzeko ce l'ha. Da molto tempo prima di avere la fascia al braccio. La personalità non la compri e difficilmente la acquisisci. Leader ci nasci. E lui «lo nacque». I cento gol in giallorosso non possono che rappresentare un corollario in questa fase, un gustoso contorno di una cena mal digerita. Perciò nessuna deroga è stata concessa dal Capitano-bomber all'espressione preoccupata e accigliata seguita al match con il Sassuolo. Eppure si tratta di un traguardo più che prestigioso, che iscrive una volta di più il nome di Edin in quello della storia della Roma. A caratteri cubitali. Tripla cifra come i più grandi attaccanti della storia giallorossa. Cento gol in meno di cinque anni: numeri da capogiro e il podio di ogni epoca a portata già prima di fine stagione, con un po' di fortuna e magari qualche aiuto in più dai compagni, giovani o esperti che siano. Montella dista due lunghezze, poi di due in due Manfredini e Volk, infine Amadei, a undici lunghezze. Irrangiungibile Totti, quasi Pruzzo, a 138 reti complessive. Una serie, quella di Dzeko, cominciata in grande stile, col colpo di testa contro la Juventus, nel suo debutto da romanista all'Olimpico. E arrivata fino al derby, ancora con una zuccata, prima della cifra tonda per eccellenza centrata a Reggio Emilia. In mezzo tanti gol d'autore, a partire da quello a Stamford Bridge col Chelsea, forse la sua perla migliore. E ancora Barcellona, Liverpool, le milanesi, il Napoli: tutte sono state punite da Edin. In Serie A manca solo il Parma all'appello. Ma c'è ancora il match di ritorno. E il neocapitano vuole tornare in alto.