Metti una sera in Curva. Non una qualunque, ma "La" sera. Che altro che cena. Lo stomaco si chiude, la tensione prende il sopravvento e l'unica cosa che conta è riaffermare su dirimpettai (immotivatamente) boriosi una superiorità assegnata dalla Storia. In campo e sugli spalti. Metti che sul primo ci sei riuscito tante volte. Ti mancano i secondi, quelli che ti hanno osannato, caricato, spinto. Che una volta ti hanno fatto spellare le mani e provocato i brividi ancora prima di cominciare, perché fra i Titani c'eri tu, in prima fila, accanto ai tuoi idoli.

Metti che sei Daniele De Rossi e dopo mesi lontano dalla tua città sei rientrato proprio poco prima del derby. Qualcuno pensa di trovarti allo stadio. Molti ci sperano. Quegli altri forse lo temono, ma in fondo conta poco. Però niente: nessuna traccia in tribuna. C'è chi dice per quell'epilogo amaro dello scorso maggio. Come se potesse influire sulla passione. Non può. Il 27 gennaio 2020 De Rossi all'Olimpico c'è stato. Ma in Sud. Da tifoso. Fra i tifosi. Lo ha fatto dopo un lungo make up che ne ha trasfigurato il volto, trasformandolo in una sorta di Gandalf in versione romanista: barba e capelli lunghissimi, un cappello grigio a coprire ulteriormente il capo, occhialoni da vista e un neo enorme e sporgente sul naso. Un altro insomma.

Travestimento necessario per entrare nello spicchio più caldo dello stadio senza correre "il rischio" di essere riconosciuto. In sua compagnia, Valerio Mastandrea e Diego Bianchi, probabili complici di Daniele, insieme alla moglie Sarah. È stata lei a rivelare lo stratagemma sui social, con tanto di video in time-lapse su Instagram: «Ecco cosa succede quando tuo marito decide di infiltrarsi in curva sud per esaudire il suo sogno e vedere il derby! Abbiamo perso un pomeriggio intero, ore di trucco, traumatizzato i figli ma era felice come un bambino (Ti amo)». E lui, con un sorrisone grande così: «Vado in Curva Sud, Ma'».

Già il post della dolce metà è diventato virale in poco tempo; il resto del filmato che ha iniziato a girare incontrollato poco dopo ha regalato ai tifosi romanisti attimi di godimento puro. Il momento della coreografia, De Rossi nello spicchio laterale di Curva che sventolava le bandierine gialle, i cori tipici del derby, lui parte integrante del tifo, con le mani e con la voce. Da da chi ha la Roma nel cuore e può camuffare l'aspetto ma non l'anima. C'è chi riconduce l'episodio alla conferenza di addio dello scorso maggio: «Non escludo che in futuro mi troverete in un settore ospiti con birra e panino a tifare la Roma». Oggi suona come una promessa mantenuta. Vero. Anche se lo stadio era quello di casa e trucco e parrucco hanno sostituito panino e birra.

Ma la realtà è che De Rossi quel settore ha provato già a varcarlo, a passare dalla parte che opposta può essere solo per chi non sa cos'è la Sud e vive di luoghi comuni. Ma posto meno comune non può esserci e non a caso DDR finiva sempre lì, chiunque segnasse perché era la Roma a fare gol. Una corsa sotto la Curva con la maglia strappata, un'altra a scavalcare il cancello dopo un derby di dieci anni fa: ultras in campo, il campo sugli spalti. Combattente per noi, combattiamo per voi. In un mutuo scambio di romanismo che ha soltanto vissuto una nuova tappa. Non l'ultima. Meno che mai la prima.