La scintilla del destino, è scoccata il ventinove settembre del 2018. Data che a chi è tifoso da qualche decennio, ricordava una canzone storica di Battisti e Mogol, l'Equipe 84 a interpretarla fino a farla diventare un successone. Da un anno e cinque mesi, però, per qualsiasi tifoso della Roma, quella data si è trasformata in qualcosa da ricordare per sempre.

Si giocava il derby d'andata di quel campionato. Un ragazzo nato a Cinecittà, cresciuto a Trigoria, tifoso della Roma, stava seguendo quel derby seduto in panchina. Sognando di essere chiamato in causa e, pure, un gol che lo potesse decidere quel derby. Giocava l'argentino Pastore nel ruolo di trequartista di quella Roma. Era stato acquistato dal Psg per una cifra superiore ai venticinque milioni di euro, gli era stato garantito un contratto quinquennale da tre milioni e mezzo più bonus, la garanzia o quasi che avrebbe giocato, soprattutto da interno di centrocampo ruolo che nella sua carriera aveva visto fare ad altri.

Può sembrare un paradosso, ma non lo è: perché fortuna volle che l'argentino alzò bandiera bianca. Un infortunio al polpaccio, l'ennesimo di una carriera che, soprattutto nei due anni precedenti a Parigi, lo aveva visto tribolare con i polpacci. Cambio. Di Francesco non ebbe dubbi, Lorenzo tocca a te, vai in campo e gioca da trequartista centrale.

Lollo non aspettava altro. Anche perché nella primissima parte di quella stagione la critica non era stata tenera nei suoi confronti, compreso chi vi scrive, probabilmente conseguenza anche delle aspettative che si avevano nei confronti di questo ragazzo che già nei due anni precedenti al Sassuolo aveva dato segnali da potenziale giocatore che fa la differenza. La fece quel ventinove settembre. Furono sufficienti otto minuti per lasciare il segno.

Entrato al trentasettesimo, allo scadere di quel primo tempo, regalò la magia che garantì l'estasi ai tifosi giallorossi. Lancione dalla difesa romanista, spizzata di testa di Dzeko, incursione in area di El Shaarawy, carambola tra portiere e difensore della Lazio, pallone che rimane lì, Pellegrini di spalle alla porta ma bravo a capire quello che doveva fare: colpo di tacco, gol, Roma in vantaggio. E poi la corsa con le mani sulle orecchie, un po' alla Delvecchio che in fatto di derby era stato una garanzia. Alla fine fu tre a uno per la Roma, la festa sotto la Sud, un altro figlio di Roma capace di lasciare il segno. Un figlio di Roma che domani potrebbe essere l'unico romano in campo (c'è una possibilità anche per Florenzi) in una sfida in cui Lollo sogna di farlo ancora, essere l'uomo decisivo nella stracittadina.

Quel gol, oltre all'innegabile peso specifico, per qualche verso ha cambiato anche la carriera di Lollo nostro. Fino a quella partita, Pellegrini era considerato un centrocampista puro, un interno in grado di garantire una presenza a tutto campo e pure qualche gol. Da quel giorno è cambiato tutto o quasi. Nel senso che il primo a rendersi conto di quanto fosse bello giocare in quel ruolo di trequartista centrale, venti metri più avanti rispetto a quelle che erano le sue abitudini, sapendo di poter sfruttare una capacità di ultimo passaggio che è di pochi, fu proprio Pellegrini.

Che, dopo, non ha mai fatto nulla per nascondere la sua preferenza di ruolo, trequartista dietro la punta (o le punte), un ruolo dove ormai gioca con una certa continuità e che, di fatto, lo ha escluso, a meno di contingenze specifiche, dalle rotazioni dei centrocampisti. Dove, pure, potrebbe giocare, lo ha fatto per una vita, ribadendo ogni volta una duttilità tattica che può essere solo un ulteriore vantaggio nel bagaglio tecnico di questo ragazzo diventato recentemente anche papà. Una duttilità tecnica che anche il ct della nazionale Roberto Mancini ha sperimentato, schierandolo pure da esterno offensivo. E Lollo ha fatto gol, diventando imprescindibile anche in azzurro. Ma per quello c'è tempo, ora bisogna pensare alla Roma, magari facendo un'altra magia.