«Tutti insieme siamo più forti. Tutti insieme possiamo vincere», aveva detto Paulo Fonseca ai tifosi nell'allenamento a porte aperte che si è tenuto il primo dell'anno al Tre Fontane. E i romanisti hanno risposto all'appello del tecnico nel migliore dei modi, nonostante la battuta d'arresto con il Torino con cui i giallorossi hanno inaugurato il 2020.

Ma la sfida delle sfide, contro i rivali di sempre, non poteva non chiamare a raccolta il pubblico delle grandi occasioni. Saranno all'incirca sessantamila sugli spalti, pronti a dare fondo a tutte le loro energie per spingere la Roma verso la prima vittoria dell'anno. Del resto, quella con la Juventus non è mai una partita come le altre, checché se ne dica: è la sfida infinita, quella che richiama alla memoria i testa a testa degli Anni 80, tra imprese compiute, altre sfiorate e polemiche a non finire. Il botteghino ha fatto registrare un incasso superiore ai due milioni di euro, ma quel che conta di più è l'immensa voglia di Roma dei tifosi. Che scaldano la voce in vista di stasera e si preparano a spingere gli uomini di Fonseca in una gara che si preannuncia difficile.

Al di là del ricorso alla dicotomia (fin troppo banale, ma pur sempre vera) tra Bene e Male, la rivalità è cresciuta sempre più negli ultimi quarant'anni: le sfide a distanza tra Falcao e Platini, tra Viola e Boniperti, tra Pruzzo e Paolo Rossi hanno forgiato un'intera generazione di romanisti. Tanto da far dire allo stesso Divino: «Quello con la Juve è il mio vero derby. Quegli altri, quando c'ero io, nemmeno li consideravamo». E se negli Anni 90 lo strapotere bianconero e rossonero sono stati difficili da contrastare (pur togliendoci qualche soddisfazione), l'inizio del nuovo millennio ha rinverdito i fasti di un tempo. Totti e Del Piero, Ancelotti e Capello, Zidane e Batistuta: c'erano sempre loro a cercare di strapparci il sogno atteso diciotto anni, nella speranza di mettere in bacheca l'ennesimo tricolore da contare con il pallottoliere.

E anche negli ultimi anni, con Conte prima e Allegri poi, siamo stati noi (e in parte il Napoli) i principali rivali: con Garcia non bastarono le dieci vittorie di inizio stagione, anche perché, proprio mentre la Roma incappava in una serie di pareggi con arbitraggi discutibili, loro recuperavano il distacco di riffa e di raffa. E la stagione seguente, a Torino, il "man of the match" fu Rocchi di Firenze, mica Tevez o Gervinho. Anche tre anni fa, nell'ultima stagione di Spalletti, il testa a testa è andato avanti fino a novanta minuti dalla fine. Volevano festeggiare il tricolore a casa nostra, noi però gli abbiamo negato il piacere.

Non sarà mai una partita come tutte le altre, e i romanisti lo sanno bene: negli ultimi otto anni li abbiamo visti festeggiare altrettanti Scudetti, ma non è questo che fa di Roma-Juventus una delle partite più sentite ogni stagione. È una questione quasi atavica, perché loro più di ogni altra squadra simboleggiano il potere, noi il popolo; loro fanno della frase «Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta» il loro motto, mentre da queste parti ci sono cose che hanno importanza maggiore dei titoli. È una diatriba che sfocia nell'etica e nella morale. Modi di intendere il calcio - e quindi la vita - opposti.

Per tutti questi motivi, e per tanti altri ancora, oggi i romanisti daranno vita all'ennesima manifestazione d'amore: in ballo c'è la classifica e la voglia di proseguire la corsa Champions, oltre alla necessità di riprendere il discorso interrotto a fine 2019. E poi, diciamocelo: batterli ha sempre un sapore particolarmente dolce.