Trecentosessantacinque giorni fa la Roma era reduce dalla sconfitta dell'Allianz Stadium con la Juve: un ko che, nonostante il minimo scarto (1-0), aveva evidenziato tutti i limiti di una squadra scarica e demotivata, che si apprestava a festeggiare il Natale con 24 punti in classifica dopo 17 giornate. Noni in classifica, a -9 dal terzo posto e già con una collezione di passi falsi (Chievo e Spal in casa; Milan, Bologna, Udinese e Cagliari in trasferta), più o meno tutti erano coscienti che - al netto di una stagione ancora lunga - sarebbero state perlopiù lacrime e sangue.

Un anno dopo, la Roma è lì, a lottare punto su punto per un posto in Champions League, sfumato la scorsa primavera. Un nuovo direttore sportivo e un nuovo tecnico hanno restituito entusiasmo e consapevolezza nei propri mezzi a un ambiente tramortito dagli addii di De Rossi e Totti e da un rendimento fallimentare in campionato, Europa e Coppa Italia. Anche per questo, simbolicamente, non poteva esserci stadio migliore del Franchi dove chiudere l'anno, proprio lì dove, il 30 gennaio scorso, Dzeko e compagni erano stati travolti dalla modesta Fiorentina di Pioli. Undici punti in più in classifica rispetto alla diciassettesima del 2018-19, ma non solo: i numeri raccontano soltanto una parte, seppur determinante, della metamorfosi giallorossa.

Il gruppo al centro

Fin dalle prime parole pronunciate, al momento dell'insediamento, sia Gianluca Petrachi sia Paulo Fonseca si sono detti pronti a lavorare in maniera quasi simbiotica. E lo hanno fatto. Entrambi hanno messo al centro di tutto un concetto basilare, quello che forse era mancato di più alla Roma dell'annata precedente: il «senso d'appartenenza», la necessità cioè di sentirsi tutti al centro di un progetto nuovo, che non pregava più nessuno di rimanere, ma che tanto meno aveva intenzione di «farsi strozzare» dalle squadre interessate ai nostri giocatori.

La questione Dzeko ne è l'esempio lampante: la Roma ha fatto il suo prezzo e non ha ceduto né vacillato di fronte ai tentativi dell'Inter, convincendo alla fine il bosniaco a rimanere. «Mutuo soccorso» è stata un'altra delle espressione di Petrachi in estate: una caratteristica, questa, che è tra i veri punti di forza della squadra vista da agosto a dicembre. Gli stessi calciatori, a turno, hanno sottolineato lo spirito di gruppo che regna nello spogliatoio. Tutti aiutano il compagno in difficoltà, nessuno è abbandonato a se stesso. Si lotta, si vince e si perde, anche, tutti insieme. Vendendo cara la pelle e senza lasciarsi mai prendere dal panico o dall'incertezza nei momenti di difficoltà.

Merito anche degli innesti effettuati nel calciomercato estivo: Smalling e Mancini hanno preso le redini della retroguardia più o meno da subito, diventando insostituibili; l'italiano, nel momento di emergenza ha fatto anche il centrocampista, con ottimi risultati peraltro. Stesso discorso per Veretout e Diawara, ad oggi insostituibili; un Dzeko rivitalizzato, centro di un sistema solare fatto di undici elementi (più la panchina) che Fonseca sta gestendo al meglio. I tanti infortuni non sono mai stati un alibi per il portoghese: lavoro duro, ambizione e coraggio, questi i mantra di Paulo. Che ha saputo adattarsi rapidamente al calcio italiano, alla faccia di chi lo dipingeva come un integralista. Il futuro non è scritto, ma con queste premesse l'anno che verrà si preannuncia roseo.