«Salve a tutti, sono molto felice di essere qui, motivato per lavorare in questa grande squadra e città meravigliosa. Sto studiando per poter parlare presto con voi in italiano, ma oggi parlerò in portoghese. Come immagino la mia Roma? Prima di tutto non sarà la mia Roma, ma la Roma di tutti. Voglio costruire un'equipe molto ambiziosa che renda orgogliosi tutti i tifosi giallorossi».

Sono state queste, lo scorso 8 luglio, le prime parole di Paulo Fonseca da allenatore della Roma. E a oggi, con tutte le difficoltà attraversate tra l'ambientamento, la (ri)costruzione di una squadra quasi per intero, le diverse indisponibilità per gli infortuni muscolari e da trauma e alcuni clamorosi errori arbitrali si può dire che la sua missione sia nelle premesse compiuta. Adesso però dopo la prima fase, o della spavalderia, la seconda, o del compromesso, Paulo sta entrando nella sua terza fase con il compito di far entrare senza ulteriori incertezze la squadra nella parte finale della stagione con la consapevolezza di poter raggiungere i tre obiettivi stagionali: uno dei primi quattro posti in campionato, la finale di Coppa Italia, la finale di Europa League.

Al momento, in attesa di esordire in Coppa Italia (se ne parla a metà gennaio, l'avversario potrebbe essere il Parma) basterà non perdere a Istanbul il prossimo 28 novembre per avere il pass per i sedicesimi di Europa League (a patto ovviamente di battere poi i modesti austriaci del Wolfsberger all'Olimpico) e riprendere a vincere in campionato sfruttando anche l'opportunità dei due prossimi impegni contro avversari non irresistibili (Brescia e Verona).

Dall'esordio ufficiale sulla panchina della Roma (era il 18 luglio, a Trigoria c'era un caldo asfissiante, avversario la Pro Calcio Tor Sapienza, finì 12-0 con Perotti primo marcatore e Antonucci sugli scudi con una tripletta) ad oggi sono passati 120 giorni in cui abbiamo visto tutte le facce dell'allenatore portoghese: da quella felice delle vittorie a quella contrariata di Parma e di Genova, da quella perplessa dopo il derby a quella rabbiosa al termine delle partite con Cagliari e Borussia Moenchengladbach.

Sempre però con una serenità di fondo che anche nei giorni più tempestosi lo portarono a scusarsi, nel giro di pochi minuti, per alcuni eccessi di comportamento a cui non è evidentemente abituato. Ciò che abbiamo visto meno, anche per l'ormai ossessiva riservatezza con cui Petrachi difende il lavoro quotidiano a Trigoria, è la sua risolutezza nei confronti dei giocatori che non lavorano come richiesto. Fonseca è un duro col guanto di velluto, e quando lo deve far capire non guarda in faccia nessuno. L'emergenza degli infortuni gli ha tolto la possibilità di scegliere e, dunque, di far macerare in panchina i giocatori meno disposti a lavorare secondo i suoi ritmi o seguendo le sue indicazioni.

Ma già all'inizio qualcosa si era visto, con gli accantonamenti di giocatori non ancora in forma o non pienamente consapevoli dei compiti richiesti. L'elenco è lungo e va da Mancini a Diawara, da Fazio a Juan Jesus, da Pastore a Perotti, fino ad arrivare a Florenzi, sei volte in panchina come mai gli era capitato in carriera. Ma il suo metodo non è mai quello esclusivamente "punitivo". Lui spiega, si confronta, sollecita. Poi però prende le decisioni.

Tecnicamente e tatticamente si è passati dalla fase più spavalda dei primissimi tempi (con un'ardita costruzione con due difensori centrali, due centrocampisti e sei punte), al compromesso (raggiunto anche con la collaborazione di Petrachi) del derby e del dopoderby con la cosiddetta italianizzazione con un difensore bloccato e un altro altissimo, fino all'aggiustamento (obbligato) con Mancini mediano ad abbassarsi in costruzione con i due centrali, e i terzini simmetricamente alti. Ora gli è richiesta la terza fase. Perché dopo la sosta rientreranno Pellegrini e Mkhitaryan e allora bisognerà fare altre scelte, che non saranno di sicuro "definitive", ma che dovranno restituire la versione ufficiale della Roma di Fonseca. Non è facile, ma è stato preso per questo.