Gioca. Se non è successo nulla nella notte, Diego Perotti oggi, contro il Milan, riscoprirà l'effetto che fa una partita in cui nella lista degli undici titolari è compreso anche il suo nome. L'ultima volta è datata ventisei maggio di quest'anno, atto finale contro il Parma di un campionato con pochi sorrisi e molti rimpianti. Per l'argentino, poi, un autentico calvario, appena dodici presenze totali, solo tre da novanta minuti, martoriato da infortuni variegati, polpaccio, caviglia, muscoli sparsi, in pratica un trattato di anatomia.

Solo che in questi due anni l'argentino è entrato in un tunnel popolato di ipocondria, sfortuna, muscoli che quando pensa si possano fare male, si fanno male. Un continuo. Con una data d'inizio, il diciotto marzo del 2018 quando si fermò per un problema muscolare. Da allora ha avuto più frequentazione con medici e fisioterapisti piuttosto che con tecnici e compagni di squadra.

Pensate all'estate scorsa, la prima con Paulo Fonseca nel ruolo di allenatore. Ci aveva messo poco il portoghese a battezzarlo come titolare sulla preferita (dall'argentino) corsia sinistra. Tutto il precampionato in pratica da titolare, la sensazione forte e chiara che il tecnico lo avesse scelto come punto di riferimento della sua prima Roma.

Neppure il tempo di farci la bocca. Perché a quarantotto ore dal via del campionato, il nome di Perotti rifece la comparsa nel bollettino degli infortunati, problemi muscolari alla coscia. Una mazzata, al punto che qualche giorno fa, il papà Hugo, intervistato dall'emittente Teleradiostereo, non ha avuto timore a dire che il figlio era rimasto «letteralmente sconvolto da questo nuovo stop muscolare».

C'è da credergli, anche perché la prognosi non era poi così tanto chiara, si parlò di tre mesi che poi si sono ridotti a due. Meglio così. Sperando, soprattutto, che il calvario di questo giocatore abbia esaurito la sua ultima stazione per tornare a essere comunque una risorsa di una Roma che gli infortuni hanno notevolmente ridotto come rosa con Fonseca costretto a raschiare il fondo del barile.

Il ritorno di Perotti, in questo senso, almeno vuole dire poter tornare a contare su un giocatore diverso da tutti gli altri esterni a disposizione del portoghese. Uno capace, quando sta bene, di saltare l'uomo con regolarità per garantire quella superiorità numerica che è alla base della pericolosità offensiva di una squadra.

Negli ultimi due anni troppe poche volte la Roma lo ha avuto a disposizione. In questa stagione fin qui ha disputato appena quarantrè minuti, quelli giocati nelle ultime due partite, Cagliari e Borussia Moenchengladbach in cui l'argentino è partito dalla panchina con l'obiettivo di tornare a prendere confidenza con il calcio vero, quello delle gare ufficiali.

Di sicuro non può essere certo al cento per cento della sua condizione, troppo tempo lontano dal campo, giusto un paio di settimane di allenamenti con i compagni che per lui sono state come una seconda parte della preparazione precampionato perché in pratica è stato costretto a ripartire da zero o quasi.

Forse per lui sarebbe stato meglio un rientro più graduale, ma gli infortuni (e la squalifica per un turno di Kluivert) oggi lo rispediscono in campo dal fischio d'inizio «anche se non so se potrà giocare tutti i novanta minuti» le sincere parole con cui ieri Fonseca ha fatto il punto sulla situazione dell'argentino. L'augurio è che non si fermi più.