È l'ultimo gol, l'ultima corsa sotto al settore per festeggiare un gol che, prima ancora che suo, è un gol della Roma. A braccia aperte, quasi volesse simbolicamente stringere a sé tutti i tifosi giallorossi presenti quel giorno a Marassi, Daniele De Rossi esibisce il sorriso di chi semplicemente è felice per una rete della Roma. L'esultanza stavolta non è rabbiosa: quella vena del collo si gonfia, sì, ma c'è nel suo volto una serenità che sa di liberazione. Perché la squadra viene da due sconfitte e un pareggio, l'Europa sembra lontanissima, e quei tre punti, il 6 aprile, sono un'iniezione di fiducia. "Siamo qui, siamo ancora vivi", sembra dire Daniele al suo popolo: a separarli c'è un vetro, ma in quel preciso momento non esistono barriere.

Nella parte alta delle gradinate di Marassi riservate ai romanisti sventola una bandiera semplice, metà gialla e metà rossa, che sembra rimandare a un calcio che non c'è più. E allora tutto torna, perché se c'è uno che rappresenta in tutto e per tutto il calcio di una volta, quel qualcuno è senza dubbio Daniele De Rossi: una bandiera al vento, anzi, controvento. Poco più di mese dopo arriverà il laconico tweet che annuncia l'addio a fine stagione, a cui fa seguito la conferenza stampa di Daniele. Ma quel sabato sera, a Marassi, «il futuro non è scritto», per usare l'espressione di Joe Strummer. Il suo tap-in sulla respinta di Audero permette alla Roma (allenata da Ranieri, che invece domenica siederà sulla panchina avversaria) di tornare a vincere a Genova contro la Sampdoria a sei anni di distanza dall'ultima volta.

La quinta vittoria di fila

Bisogna andare indietro fino al 2013 per ritrovare la Roma vittoriosa in casa dei blucerchiati: è il 25 settembre, turno infrasettimanale che arriva tre giorni dopo il derby in cui è stata rimessa «la chiesa al centro del villaggio». La Roma allenata da Rudi Garcia prosegue il suo cammino a punteggio pieno che durerà per dieci giornate, ma quella sera la Samp allenata da Delio Rossi si rivela un osso duro. Almeno fino al 20' del secondo tempo, quando Benatia si improvvisa fantasista e con una serpentina degna di un funambolo brasiliano semina il panico nella metà campo avversaria. Calcia mentre cade, il difensore marocchino, ma Da Costa non può nulla sul tiro. Una volta sbloccata la partita, i giallorossi dominano e nel finale hanno modo di raddoppiare con Gervinho, ottimamente assistito da Totti. L'esultanza di De Rossi verso il settore ospiti è parente stretta di quella del 6 aprile scorso: vena del collo gonfia, barba elettrica, ogni muscolo del corpo teso in un anelito che è puro romanismo.
Anche quella è una vittoria che si è fatta attendere, confermando Marassi come un campo storicamente ostico per la Roma, che però lo espugna per due volte di fila nel 2006-07 e nel 2007-08: il 26 novembre 2006 Totti col mancino disegna un tracciante contro ogni legge della fisica che contribuisce al 4-2 finale; il Dieci segna una doppietta, le altre reti sono di Perrotta e Panucci. Il 4 maggio 2008, invece, il 3-0 della banda Spalletti - lanciata all'inseguimento dell'Inter - arriva nei minuti finali con le reti (tra il 75' e l'85') di Panucci, Pizarro e Cicinho.