L'infanzia è il manifesto della magia. Perché non esiste altra stagione della vita così fortemente intrecciata alle suggestioni e al fascino dell'imponderabile. L'infanzia non cerca spiegazioni ma meraviglia, stupore. Si è felici di rimanere a bocca aperta perché non si ha l'esigenza di cercare un chiarimento: quello che disorienta i grandi, emoziona i bambini. Per loro le cose accadono per davvero: la magia è realtà.
Per questo, se dovessi rappresentare con una fase della vita Bruno Conti, lui sarebbe l'infanzia: perché nessun altro come lui nel calcio, alla magia ha saputo dar vita. I suoi dribbling come un gioco di prestigio da guardare e riguardare una, dieci, cento volte senza capire mai fino in fondo come fosse riuscito a scartare gli avversari. E illusionismo le sue finte, ubriacanti per chi le subiva prima della resa.

Bruno Conti, padre muratore perché certi sogni li puoi costruire solamente grazie a una famiglia capace di insegnarti il valore del lavoro. Una famiglia a cui bussarono alla porta gli americani quando gli americani, ancora, rappresentavano il sogno di un'altra vita. Perché un'altra vita, in effetti, sarebbe stata: Santa Monica, Stati Uniti, baseball. Macché, rimase a casa e quella scelta, sofferta e presa pensando ai sentimenti invece che al portafoglio, rappresentò la prefazione di un romanzo che dura fino ad oggi. Quello tra la ROMA e quel bambino di Nettuno.
Ho scritto bambino, rieccoci all'infanzia allora… alla magia. Anche se Helenio Herrera, a questo punto mago di soprannome ma non di fatto, al primo provino per i giallorossi decise di scartarlo per la statura. «Herrera aveva scambiato il provino al Tre Fontane per un concorso da corazziere», disse così, scherzandoci sopra anni dopo, Bruno Conti. Che poi, inevitabilmente, alla ROMA c'arrivò, eccome, grazie al fiuto di Antonio Trebiciani e, soprattutto, ad uno che di magia, così come di calcio, se ne intendeva per davvero: Nils Liedholm. La magia: tema ricorrente nella carriera di Conti anche perché ditemi voi di cos'altro si dovrebbe parlare per un uomo, prima ancora che calciatore, così in simbiosi con le pulsioni, i sogni e i tormenti di un'intera tifoseria. Lui che dopo aver segnato corre a inginocchiarsi sotto la Curva Sud è il popolo che si prende la scena, l'utopia che prende coraggio. Magica ROMA, non a caso. Come non a caso persevero nel rappresentare l'infanzia con Bruno Conti se penso al libro "Il Piccolo Principe": «Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano».

Lui, il numero sette per eccellenza, nel corso degli anni si è commosso spesso e, con le sue lacrime, ha saputo rendere umano il professionista facendo a meno dei filtri dei grandi, così come della loro sciocca convinzione che gli uomini non devono piangere. Stronzate. Di gioia, dopo un gol. Di frustrazione, dopo un rigore sbagliato. Di gratitudine, per una dimostrazione d'affetto. Di malinconia, per un distacco. Bruno Conti, in più di quarant'anni di ROMA, ha pianto spesso. E noi con lui. Per lui. Lui che, altra magia, è stato capace di riempire uno stadio intero il giorno dopo una finale di Coppa Uefa. Persa. Lui che una volta appeso lo scarpino al chiodo (l'altro, proprio nella sera del suo addio al calcio, lo aveva regalato ai tifosi dopo averlo baciato) ha iniziato a scoprire talenti per dare alla ROMA quella linfa vitale della quale questa squadra, da sempre, si nutre: campioni romani e romanisti. La cronaca, in questi giorni, ci dice che probabilmente andrà a ricoprire un ruolo differente rispetto a quello occupato, con profitto, in questi ultimi anni. Chissà. Quel che è certo è che, qualsiasi incarico gli verrà affidato, lui continuerà a lavorare con il solito talento, tra l'amore della gente e il bagliore di quell'intramontabile alone di magia che illumina, da sempre, questo monumento della storia della ROMA. D'altronde "C'è solo un Bruno Conti…".