Capitani si nasce e Dzeko, modestamente, lo nacque. Sarà per storie di vita, non certo facile in tenera età, quando è dato via giovanissimo, ancora ragazzino dal suo Paese, la Bosnia. Sarà perché il calcio e la passione che trasmette a chi lo pratica e a chi lo segue ce l'ha nel sangue. Edin Dzeko sarà capitano della Roma oggi contro il Cagliari. Alessandro Florenzi non ha recuperato dallo stato febbrile che già l'aveva costretto al forfait nella trasferta austriaca di giovedì sera in Europa League contro il Wolfsberger a Graz. E così, Edin, erediterà i gradi, in quanto vice-capitano della Roma. È uno dei capitani "morali" della squadra di Fonseca, almeno da quando ha ricucito con il club giallorosso. Da quando cioè il matrimonio "programmato" con l'Inter tardava a celebrarsi, come fiori regalati a marzo e già restituiti in settembre, da quando in estate l'allenatore aveva iniziato la sua opera di convincimento.

Con i social della moglie Amra sempre e solamente tinti di giallorosso e i calciatori in rosa facevano il tifo perché rimanesse nella Capitale. Tanto che Florenzi - riveleranno dopo i due - gli aveva anche offerto la fascia di capitano affinché rinnovasse, riconoscendone il ruolo di trascinatore. E con i tifosi confusi dal più forte giocatore della squadra che voleva andar via il suo agente Silvano Martina ha preso il telefonino e ha cercato in rubrica Gianluca Petrachi per un Ferragosto di fuoco: «C'è un'apertura di Edin», il messaggio.

Quella fascia offerta da Alessandro, un ragazzo di Vitinia, Edin, un ragazzo del quartiere Brijesce, sfuggito alle bombe nella sua Sarajevo negli anni Novanta, non ha potuto accettarla. Perché, non solo capitani, ma anche signori si nasce. Ha apprezzato moltissimo quel gesto (da capitano), arrivato per altro dopo qualche dissidio del passato, ma non ha voluto che si interrompesse una tradizione dati alla mano imprescindibile della storia della Roma, tanto più in un calcio sempre meno attento a questi aspetti: quella di inserire nella lista dell'arbitro un capitano romano. Non è così necessario indossare quella banda bianca con la scritta "capitano" per essere un esempio per i compagni. Lo sa bene il numero 9 giallorosso, che di fascia al braccio in realtà se ne intende, portando con grande orgoglio da cinque anni quella della propria nazionale, con cui ha giocato 105 partite segnando 58 gol.

Un uomo tutto classe e numeri, Dzeko. Che a dispetto di chi nella sua prima stagione lo ha sbeffeggiato per poi svanire nel nulla, è entrato di diritto nella storia della Roma, a suon di gol e di prestazioni. «Questa sarà la società dove avrò segnato più gol e avuto più presenze e spero avrò vinto di più», ha detto in settimana in un'intervista al sito della Roma. Tanto basta per sentirsi anche un po' romano, nella città che i suoi figli chiamano "casa" e dove ancora ha un pezzo di futuro da scrivere.

Per puntare quell'obiettivo neanche troppo lontano dei 100 gol con questa maglia e porsi un altro target davanti. Vincere, innanzi tutto. «Voglio le coppe», ha detto Edin ben sapendo che quest'anno lo scudetto è appannaggio di altri. Ma anche tornare in Champions League, non senza passare dall'Europa League. Perché la fame è sempre la stessa, anche a 34 anni da compiere. E per farlo servirà il piglio dei suoi primi 4 gol pesanti in campionato (5 in stagione), servirà ancora il suo peso specifico. A partire dalla gara di oggi, dove sarà ancor più capitano.