Parla. Para. E corre. Perché a noi che siamo legati a un calcio che forse non c'è più, più ancora di quella straordinaria parata su Soriano, c'è piaciuta quella corsa folle, da portiere, dopo che Dzeko con quella capocciata aveva regalato un prolungato attimo di felicità pura a tutta la gente romanista. Bellissima, come la capriola in campo di Jordan Veretout, due che si sono vestiti di giallorosso giusto da qualche settimana. Una corsa, quella del portiere spagnolo, che lo ha fatto entrare di diritto nel nostro cuore mezzo giallo e mezzo rosso.

Peraltro il ragazzo arrivato da Siviglia, c'era già entrato con quella parata su Soriano, arrivata pochi minuti dopo il pareggio su rigore del Bologna, parata di quelle che ti rimangono negli occhi, decisiva, fondamentale per ridare slancio a una Roma in quel momento traballante dopo le strane (eufemismo) decisioni arbitrali di Pairetto figlio di Pierluigi.

Una parata, volendo estendere il concettto, che ha certificato la grande differenza, tra i pali, rispetto alla passata stagione. Una parata che ha sì dato il senso alla sfida di Bologna, ma volendo esagerare può aver dato un senso a tutta la stagione romanista nel primo anno dell'era portoghese. Una parata che vale già una certa parte dei soldi, non pochi, che la Roma ha versato nelle casse del Betis Siviglia, ventitrè milioni e mezzo, cifra che aveva fatto storcere la bocca a qualcuno, a cominciare dal signor Tutumlu, procuratore di Olsen e grande amico di Monchi.

Fino a Bologna lo spagnolo aveva fatto il suo, pur dovendo fare i conti con una fragilità difensiva che era stata sin troppo evidente, quasi fosse il proseguimento della passata stagione. E invece pare che la situazione sia cambiata, in meglio ovviamente, anche se almeno in porta non è che ci volesse poi molto. Pau Lopez con quella parata ha dato ancora più ragione a una frase storica di Nils Liedholm che quando gli chiedevi cosa si doveva vedere per capire se una squadra funziona, rispondeva con la sua flemma svedese, «squadra funziona quando portiere para, difensore difende, attaccante segna». Per portiere e punta questa Roma sembra aver trovato il bandolo della matassa, per il difensore ci stiamo attrezzando.

In più lo spagnolo sta rispondendo alla perfezione a quella voglia di Roma e senso di identità a cui si era appellato il direttore sportivo Gianluca Petrachi, due specificità che dovevano rappresentare il filo comune nella ricostruzione di una Roma uscita ciancicata dalla stagione precedente. Pau Lopez l'ha dimostrato sin da quando la Roma ha cominciato a trattare con il Betis per acquistarlo. Con il club andaluso che voleva trenta milioni e non sembrava aver voglia di fare sconti, fino a quando non è stato lo stesso portiere a spiegare ai suoi ormai ex dirigenti che lui voleva la Roma e che era disposto anche a rinunciare dei soldi pur di vestirsi di giallorosso. Detto, fatto e trasferimento concluso.

Un gesto che è stato apprezzato molto a Trigoria, da dirigenti e compagni. Cosa che gli ha permesso di inserirsi alla grande nel gruppo. Un gruppo che lo ha accolto nel migliore dei modi, come dimostrato anche da Dzeko a Bologna che alla fine della partita gli ha dedicato un post, «la vittoria è tua» con lo spagnolo che ha risposto con un «la vittoria è di tutti». Perché oltre ai risultati, quello che convince di questa Roma, è un gruppo ritrovato, come certificato anche ieri sera da una cena di tutta la squadra in un noto ristorante romano.

Lopez sembra davvero che stia qui da anni. È arrivato che già parlava un po' di italiano, continua a prendere lezioni ogni giorno, negli spogoliatoi con i compagni già parla la nostra lingua. Si è ambientato con grande facilità, ha voluto prendere casa nel cuore di Roma (Aventino), vive con la figlia e la moglie che è in attesa del secondo pargolo che sulla carta d'identità alla voce nato a, avrà scritto Roma. Chi frequenta Trigoria tutti i giorni, ce lo racconta come un ragazzo educato, mai esagerato, professionista, di poche parole. Strano, soprattutto quel di poche parole, visto che in campo i compagni dicono che non stia mai zitto, sempre pronto a richiamare posizioni e linea difensiva. Un altro passo in avanti rispetto a un anno fa, visto che lo svedese non diceva mai una parola.