Là dove c'era l'erba ora c'è una città, cantava Adriano Celentano in una vecchia canzone. Sembrano un po' questi i luoghi di Roma dove l'attore romano Ariele Vincenti, è andato a cercare Agostino Di Bartolomei. «Là dove c'erano i campi dell'Omi a Tor Marancia (quartiere dove è cresciuto il capitano della Roma del secondo scudetto, ndr), c'è un centro fitness. E dove c'era il campo della squadra c'è un parcheggio», spiega. Il silenzio, i suoi luoghi e le sue interviste. Da qui è partito il viaggio di Vincenti che ha portato a "Ago, capitano silenzioso", uno spettacolo teatrale su un calciatore atipico, non conforme, che parlava forbito, amava l'arte e la metteva da parte. Veniva da una periferia che nei suoi anni era estrema e portava in giro per l'Italia una romanità elegante, diversa.

Da dove è nata l'idea?
«In ogni nuovo spettacolo che faccio è come se le idee mi venissero a cercare, piuttosto che il contrario. Anche questa volta è andata così, mi è capitata sotto il naso questa storia, che avevo già in mente di raccontare. Il direttore del teatro Ghione mi ha suggerito di andare avanti. Ho sentito una grande responsabilità da romanista a raccontare una vicenda come quella di Agostino Di Bartolomei. Così, era gennaio, ho iniziato delle ricerche sul campo, sono andato a Tor Marancia, al bar dove è cresciuto Ago, dove ho incontrato persone che adesso sono in pensione, che mi hanno regalato giornali dell'epoca, foto ingiallite. Ho fatto un viaggio nella storia degli Anni 60, un viaggio "in bianco e nero". E ho applicato alla storia di Dibba le regole della drammaturgia teatrale».

Il tuo è uno stile di teatro "impegnato", si può dire che anche questo lavoro segue il filone?
«Assolutamente sì. Agostino era una personalità fuori dal comune in quel calcio. La sua vita e tutto quello che gli è successo mi ha dato lo spunto per parlare di tante altre cose, attraverso la sua esperienza. Di quanto sia sbagliato, ad esempio, il porto d'armi facilitato. O di quanto è cambiata la vita di quartiere, la Roma delle gazzose, dei cinematografi, di quando si andava allo stadio romanisti e laziali tutti insieme. E ci tengo a dire che nello spettacolo c'è anche un omaggio a Vincenzo Paparelli. Insomma, tento di raccontare una Roma che non esiste più».

Si parla molto di valori che sembrano traditi dalla società civile di oggi.
«Sì, come l'amicizia, erano tempi in cui contavano le strette di mano, al di là di quello che tu rappresentavi nello stato sociale. Un periodo della storia del calcio e d'Italia che è stato interpretato da gente come Francesco Rocca, compagno nelle giovanili di Agostino, o nell'universo parallelo da Gaetano Scirea della Juventus, non a caso campione rispettato oltre ogni rivalità e che infatti noi citiamo nello spettacolo, anche in quanto altro grande amante del silenzio».

Quanto entra dentro lo spettacolo il calcio?
«Tanto, è il plot fondamentale. Io interpreto un tifoso della Roma che racconta la sua infanzia negli Anni 90, il giorno dopo il tragico evento della fine di Agostino. Sono un suo amico, un ragazzo di Tor Marancia, che è cresciuto con lui parallelamente fino a che le loro strade non si sono separate. Lui è diventato calciatore e io un tifoso militante. Racconto la vita dello stadio e quanto è stato importante per la nostra città questo capitano silenzioso».

Tanta Roma.
«Sì, ma l'obiettivo è quello di uno spettacolo trasversale, che possa essere portato in scena anche a Trieste, per dire. Grazie alla figura di Agostino che si eleva a livello simbolico e che affronta tematiche universali. Di Bartolomei parlava poco, io batto molto sull'importanza dell'ascolto del silenzio, come momento in cui succedono le cose. Lui è stato inascoltato. Anche nella sua cultura: porto alla luce il suo amore per le poesie romanesche del Belli, la sua rivendicazione della differenza tra il romanesco e il "romanaccio"».

Quanto è importante la romanità nella Roma?
«Molto. Lo spettacolo è un inno alla romanità che si sta perdendo nella società civile della Capitale. Ma è una tradizione che vorrei che continuasse».

La tradizione dei capitani.
«Di Bartolomei per ragioni anagrafiche l'ho visto giocare pochissimo, ma lo ricordo. Il mio primo capitano vissuto interamente è stato Peppe Giannini, ma ovviamente il "mio" capitano è stato Totti. Siamo coetanei, quando ha smesso di giocare per me si è chiusa un'epoca: lui smetteva di giocare e noi oggi quarantenni diventavamo grandi. De Rossi è stato in parallelo un fratello più piccolo, anche all'addio di Daniele ho pianto, perché quando ha smesso Francesco abbiamo pensato "vabbè, tanto abbiamo ancora lui". E invece è durata pochissimo... Florenzi, invece, secondo me va coccolato, è un ragazzo intelligente, porta avanti anche lui la tradizione romana, è un giocatore equilibrato, che sta coi piedi per terra, ma ci crede. Mai una parola fuori posto. Ho un piccolo sogno: mi farebbe piacere che venisse qualche giocatore a teatro a vedere lo spettacolo».

La Roma è una passione. Ma quando l'impegno lavorativo coincide con la partita della Roma che succede?
«Non sapete quante volte mi sono ritrovato con la radiolina nei camerini e dietro le quinte. Due anni fa ci fu Roma-Cagliari vinta all'ultimo minuto di recupero con gol di Fazio, ricordo che cercavo aggiornamenti del risultato via internet, aggiornavo e aggiornavo la pagina fino a che al 94' leggo 1-0. Siamo impazziti con un mio collega... E poi siamo entrati in scena felici».

Ariele Vincenti, classe 1977. Ha scritto e interpreta "Ago, capitano silenzioso"

La Roma di Fonseca ti piace?
«Mi sento positivo, c'è un gruppo che segue un allenatore capace e intelligente e autorevole. Ha personalità, non si fa mettere i piedi in testa e piace ai giocatori. Io lo apprezzavo anche allo Shakhtar, quando è uscito il suo nome mi sono sentito sollevato. Lo trovo adeguato a questa fase della Roma in cui bisogna ricostruire e superare i grandi miti del passato recente, che ci mettevano la faccia e spesso a loro si delegava più del dovuto. Ora è il momento delle responsabilità».

Storie che potrebbero finire presto o tardi anche in tv, al cinema o a teatro.
«Le storie vanno fatte decantare, preferisco rispolverare e raccontarle dopo diversi anni. Il mondo artistico spesso ha poca voglia di ricercare e di portare alla luce qualcosa di meno conosciuto, l'idea di Totti o di De Rossi sarebbe troppo "facile" per certi versi al momento».