Roma-Sassuolo per Totti ha un significato particolare è stata la partita in cui ha raggiunto la cifra tonda di gol segnati in maglia giallorossa: trecento. Il 20 settembre 2015 all'Olimpico arriva il Sassuolo dei miracoli allenato da Eusebio Di Francesco, uno che insieme a Francesco ha vinto uno scudetto. I due sono grandi amici, ma non possono immaginare che di lì a due anni si ritroveranno a lavorare insieme, Totti senza più fascia, scarpini e numero 10 sulle spalle, sostituiti da un più elegante completo con tanto di cravatta: capi d'abbigliamento ai quali c'è bisogno di tempo per abituarsi, se per tutta la vita hai indossato parastinchi e calzoncini. I due si incrociano e si salutano: Eusebio e Francesco, passato, presente e futuro della Roma fusi in un abbraccio senza tempo.

I neroverdi, guidati dal tecnico abruzzese, sono avversario temibile: giocano un calcio spumeggiante, sfrontato e allo stesso tempo equilibrato. Ci sono tanti giovani da plasmare, ragazzi promettenti affiancati da gente esperta come Cannavaro, Peluso e Floro Flores. Dopo tre giornate le due squadre sono appaiate a quota 7 punti. La Roma guidata da Rudi Garcia è partita bene, ma di lì a poco arriveranno risultati deludenti - su tutti l'eliminazione in Coppa Italia contro lo Spezia - che porteranno all'esonero dell'allenatore francese e al ritorno nella Capitale di Luciano Spalletti. Ma questa è un'altra storia...

I giallorossi non nascondono le loro ambizioni di lottare per il vertice, come testimoniano gli arrivi di Edin Dzeko e di Mohamed Salah, oltre agli ingaggi di Rüdiger e Digne. L'entusiasmo, come di consueto all'Olimpico, non manca: l'estate è giunta al termine, ma alle tre del pomeriggio il sole picchia duro. Come il Sassuolo, che passa in vantaggio al quarto d'ora con Gregoire Defrel, un altro che - come il suo allenatore - compirà il tragitto dall'Emilia a Roma solo due anni più tardi. L'azione se la inventano tutta lui e Politano, cresciuto nel vivaio giallorosso (anche lui a segno nel 2-2 finale: sarà una partita tutta romanista, solo per romanisti) e il francese la conclude con un sinistro rasoterra che sorprende De Sanctis e si insacca a fil di palo. La reazione della Roma è affidata più ai nervi e alle iniziative dei singoli che dalla tattica e dal gioco. Consigli ci mette una pezza su Salah, scatenato quando parte in velocità, ma è lo stesso portiere avversario a favorire il gol del pareggio giallorosso. Che porta la firma più illustre, quella del Capitano. Su un retropassaggio della difesa, Consigli rinvia male, servendo involontariamente Pjanic: immediata l'imbeccata del bosniaco per Francesco, che è rimasto sul limite dell'area di rigore del Sassuolo. Il numero 10 aspetta che gli arrivi il pallone sui piedi: è all'interno della lunetta, con il portiere che gli si fa incontro per tentare l'uscita bassa. Totti colpisce il pallone forse non benissimo, o magari il "mezzo scavetto" che ne esce fuori è intenzionale: ai Geni non puoi chiedere se sia stata ispirazione o semplice fortuna, perché la verità è che non importa, le opere d'arte vanno semplicemente ammirate, senza star lì a farsi troppe domande sulla loro genesi e sulle loro origini. La palla si alza quel tanto che basta per scavalcare Consigli e rotolare - quasi con pigrizia - nella porta sotto la Curva Nord.

Sono passati esattamente ventuno anni e sedici giorni dalla prima volta, in quella stessa porta: Roma-Foggia, 4 settembre 1994. Un ragazzino ancora minorenne che scarica un fendente perfetto col sinistro, la zazzera bionda, il numero 9 sulle spalle, la maglia marcata Nuova Tirrenia con i laccetti sul colletto. Sembra passata una vita e allo stesso tempo sembra passato un giorno.

Francesco, ventuno anni dopo, esulta allargando le braccia e mimando il 3 a tutto lo Stadio Olimpico. Indossa il 10 e la fascia di capitano, i capelli sono più corti e più scuri rispetto a quando aveva diciassette anni, ha qualche ruga, com'è inevitabile per chi si avvicina ai quaranta. Eppure sembra lo stesso ragazzino di allora. Sembra lo stesso bambino che andava a dormire con il pallone e che si esercitava per ore e ore a battimuro sotto casa. A guardarlo bene, non è poi cambiato tanto. Ha lo stesso sorriso di sempre, lo stesso di quando giocava con la Smit Trastevere prima e con la Lodigiani poi, lo stesso che rivolge ammirato a Dino Viola in quella celebre foto in cui i due si stringono la mano. Del resto si sa, nella vita tutto cambia, ma niente cambia.