Manca precisamente una settimana al suo trentanovesimo compleanno, il giorno in cui Francesco Totti fa 300 con la maglia della Roma. 300 gol, sia chiaro, perché le 300 presenze le ha raggiunte e superate ormai da molto tempo.

Il 20 settembre 2015 all'Olimpico arriva il Sassuolo dei miracoli allenato da Eusebio Di Francesco, uno che insieme a Francesco ha vinto uno scudetto. I due sono grandi amici, ma non possono immaginare che di lì a due anni si ritroveranno a lavorare insieme, Totti senza più fascia, scarpini e numero 10 sulle spalle, sostituiti da un più elegante completo con tanto di cravatta: capi d'abbigliamento ai quali c'è bisogno di tempo per abituarsi, se per tutta la vita hai indossato parastinchi e calzoncini. I due si incrociano e si salutano: Eusebio e Francesco, passato, presente e futuro della Roma fusi in un abbraccio senza tempo.

I neroverdi, guidati dal tecnico abruzzese, sono avversario temibile: giocano un calcio spumeggiante, sfrontato e allo stesso tempo equilibrato. Ci sono tanti giovani da plasmare, ragazzi promettenti affiancati da gente esperta come Cannavaro, Peluso e Floro Flores. Dopo tre giornate le due squadre sono appaiate a quota 7 punti. La Roma guidata da Rudi Garcia è partita bene, ma di lì a poco arriveranno risultati deludenti - su tutti l'eliminazione in Coppa Italia contro lo Spezia - che porteranno all'esonero dell'allenatore francese e al ritorno nella Capitale di Luciano Spalletti. Ma questa è un'altra storia...

I giallorossi non nascondono le loro ambizioni di lottare per il vertice, come testimoniano gli arrivi di Edin Dzeko e di Mohamed Salah, oltre agli ingaggi di Rüdiger e Digne. L'entusiasmo, come di consueto all'Olimpico, non manca: l'estate è giunta al termine, ma alle tre del pomeriggio il sole picchia duro. Come il Sassuolo, che passa in vantaggio al quarto d'ora con Gregoire Defrel, un altro che - come il suo allenatore - compirà il tragitto dall'Emilia a Roma solo due anni più tardi. L'azione se la inventano tutta lui e Politano, cresciuto nel vivaio giallorosso (anche lui a segno nel 2-2 finale: sarà una partita tutta romanista, solo per romanisti) e il francese la conclude con un sinistro rasoterra che sorprende De Sanctis e si insacca a fil di palo. La reazione della Roma è affidata più ai nervi e alle iniziative dei singoli che dalla tattica e dal gioco. Consigli ci mette una pezza su Salah, scatenato quando parte in velocità, ma è lo stesso portiere av, versario a favorire il gol del pareggio giallorosso. Che porta la firma più illustre, quella del Capitano. Su un retropassaggio della difesa, Consigli rinvia male, servendo involontariamente Pjanic: immediata l'imbeccata del bosniaco per Francesco, che è rimasto sul limite dell'area di rigore del Sassuolo. Il numero 10 aspetta che gli arrivi il pallone sui piedi: è all'interno della lunetta, con il portiere che gli si fa incontro per tentare l'uscita bassa. Totti colpisce il pallone forse non benissimo, o magari il "mezzo scavetto" che ne esce fuori è intenzionale: ai Geni non puoi chiedere se sia stata ispirazione o semplice fortuna, perché la verità è che non importa, le opere d'arte vanno semplicemente ammirate, senza star lì a farsi troppe domande sulla loro genesi e sulle loro origini. La palla si alza quel tanto che basta per scavalcare Consigli e rotolare - quasi con pigrizia - nella porta sotto la Curva Nord.

Sono passati esattamente ventuno anni e sedici giorni dalla prima volta, in quella stessa porta: Roma-Foggia, 4 settembre 1994. Un ragazzino ancora minorenne che scarica un fendente perfetto col sinistro, la zazzera bionda, il numero 9 sulle spalle, la maglia marcata Nuova Tirrenia con i laccetti sul colletto. Sembra passata una vita e allo stesso tempo sembra passato un giorno.

Francesco, ventuno anni dopo, esulta allargando le braccia e mimando il 3 a tutto lo Stadio Olimpico. Indossa il 10 e la fascia di capitano, i capelli sono più corti e più scuri rispetto a quando aveva diciassette anni, ha qualche ruga, com'è inevitabile per chi si avvicina ai quaranta. Eppure sembra lo stesso ragazzino di allora. Sembra lo stesso bambino che andava a dormire con il pallone e che si esercitava per ore e ore a battimuro sotto casa. A guardarlo bene, non è poi cambiato tanto. Ha lo stesso sorriso di sempre, lo stesso di quando giocava con la Smit Trastevere prima e con la Lodigiani poi, lo stesso che rivolge ammirato a Dino Viola in quella celebre foto in cui i due si stringono la mano. Del resto si sa, nella vita tutto cambia, ma niente cambia.