«Smalling forse non è mai diventato quello che si pensava potesse diventare quando passò dal Fulham al Manchester United, dieci anni fa. Ma è un giocatore solido e affidabile, fisico e dinamico, che ha giocato tanti anni ad alti livelli, e che sa rendersi pericoloso anche in attacco, sui calci piazzati». A presentare il nuovo acquisto della Roma è Roberto Gotta, giornalista e scrittore, dal Guerin Sportivo a Dazn, passando per quattrotretre.it e varie altre collaborazioni, abbonato ad Upton Park nella stagione 2015-16, l'ultima prima del trasloco all'Olympic Stadium (da cui il libro «Addio West Ham»), appassionato di calcio inglese sin dagli Anni 70. «Dieci anni fa, Smalling l'ultimo Mondiale lo avrebbe giocato sicuramente: del resto era stato convocato per quello del 2014. E invece, nel 2018, è stato escluso perché il ct Southgate, che pure apprezzava le sue doti difensive, voleva uno più bravo di lui con la palla tra i piedi. Il suo difensore ideale è Stones, che nel City qualche volta ha giocato anche davanti alla difesa: Smalling ha altre caratteristiche, non è un difensore a cui chiedere di impostare da dietro».

Beh, a Roma prenderà il posto di Manolas, che non era certo un fine dicitore...
«Esatto: sotto questo aspetto Smalling ha caratteristiche simili. Con una velocità media, anche buona: ma non è uno di quelli che partono sulla fascia e si fanno 50 metri di corsa. Non è Marquinhos, per rimanere in tema di ex romanisti».

Come è andato Smalling nell'ultima stagione?
«La scorsa stagione non fa testo, lo United era in profonda crisi. E Mourinho voleva un difensore centrale in più, visto che Bailly era spesso infortunato, Rojo a volte giocava sulla fascia, e non ha mai convinto del tutto. A conti fatti la coppia che ha giocato di più è proprio quella formata da Lindelof e Smalling. A destra è sparito quasi subito Valencia, e ha giocato quasi sempre Young. Pogba non è andato bene, e lo ha ammesso lui stesso, c'era Gary Neville, che ora fa l'opinionista in tv ma è ascoltato come un oracolo per i trascorsi, lo scorso anno ha demolito i giocatori dello United, ma non se l'è mai presa in particolare con Smalling. La coppia centrale ha risentito dei problemi della squadra, ma non li ha certo causati. Al massimo possono essere accusati di non aver trascinato i compagni. Ma è una stagione in cui è andato tutto storto».

Però è strano che lo United abbia ceduto in prestito un giocatore di 30 anni, che lo scorso anno era titolare.
«Con Solskjaer la squadra aveva iniziato molto bene, dopo la fiammata iniziale aveva una avuto un calo, e poi si è ripresa di nuovo. E lui ha dichiarato: "Ho dato a molti la possibilità di riprendersi, non tutti l'hanno colta". Non ha mai citato Smalling, ma a quanto pare era uno di quelli con cui ce l'aveva».

E allo United, di fatto, decide tutto il tecnico.
«È un'eredità dei tempi di Alex Ferguson, che certe volte, per fare il manager, neppure scendeva in campo ad allenare la squadra. Lo United doveva nominare un responsabile di mercato, un direttore sportivo, e non lo ha fatto: continua a decidere tutto Woodward, il vice-presidente con funzioni operative, quello da cui Mourinho andava a chiedere rinforzi. Il City ha una struttura molto più europea, come l'Arsenal, anche se poi Gazidis è andato al Milan, allo United non si sono mai evoluti: ritengono di poter fare a meno di una figura dirigenziale di riferimento. E Solskjaer già prima della riconferma, dava indicazioni di mercato. Devono sfoltire la rosa, ma alcune scelte sono state molto criticate».

Smalling alla Roma, Alexis Sanchez all'Inter: due cessioni in prestito senza riscatto.
«Due operazioni molto diverse. Smalling è un giocatore esperto e affidabile, Sanchez per quello che era costato è stato uno dei peggiori affari della storia del calcio inglese, una manovra disperata nel momento in cui lo United cominciava a perdere terreno nei confronti delle rivali. E gli ha creato anche parecchi problemi nello spogliatoio: De Gea faceva storie, si chiedeva perché uno come il cileno dovesse prendere due milioni di sterline al mese, e lui un quarto. Brutto dirlo, ma ormai Sanchez era diventato un peso morto, Smalling assolutamente no».

Però gli inglesi in Italia non hanno mai avuto un ambientamento facile. E a Roma è fresco il ricordo di Ashley Cole...
«Non ho mai capito perché non si riescano ad ambientare, specialmente ora, dove giocano su campi perfetti tutto l'anno, e non è più il calcio esclusivamente fisico di vent'anni fa. Però è vero pure che ultimamente non sono stati fatti più molti tentativi, di trapiantare calciatori inglesi in Italia, vista la differenza economica che ormai c'è tra i due campionati. Ashley Cole quando andò a Roma era molto spremuto, quasi un giocatore finito, aveva un'età diversa: le condizioni sono molto diverse rispetto all'operazione Smalling».

Fuori dal campo, che tipo è?
«Ha questa caratteristica particolare di essere vegano, su suggerimento della moglie Sam, una ex modella. Per il resto, anche se gli scandali nel calcio inglese sono in netta diminuzione rispetto a qualche anno fa, non ricordo suoi coinvolgimenti in storie di alcool e festini a luci rosse. I tabloid, con lui, hanno lavorato poco».