Righelli, un buon caffè, plusvalenze e sorrisi, magari finti, ma sorrisi. Che cosa vi viene in mente? Risposta esatta: i rapporti tra Roma e Juventus, almeno relativi agli ultimi quaranta anni, possono davvero sintetizzarsi così, tra alti e bassi, più bassi che alti, con un passato spesso conflittuale ma non sempre, e un presente che da qualche tempo vede i due club sulla stessa lunghezza d'onda per quel che riguarda la politica calcistica e, pure, per quello che riguarda gli aspetti economici.

Certo la cosa oggi non farebbe piacere all'ingegner Dino Viola, il presidente della mitica Roma del secondo scudetto, il numero uno di una Roma che senza neppure nascondersi in quegli anni sventolò il guanto di sfida nei confronti della vecchia signora. Era una Rometta, la trasformò nella Roma capace di arrivare in porto con il vessillo, dando vita a una rivalità che ha fatto storia e che poi si è protratta negli anni. Vinse uno scudetto quella Roma, scucendolo dalla maglia di una Juve con sette campioni del mondo più Platini e Boniek, uno scudetto peraltro arrivato con due anni di ritardo rispetto a quel gol di Turone il cui ricordo non è mai svanito. Un gol che accese la rivalità, occupando le prime pagine dei giornali a suon di centimetri, al punto che il presidente bianconero Boniperti spedì in regalo a Viola un righello. L'ingegnere gelò il rivale con una risposta meravigliosa, «è più adatto a lei il righello geometra Boniperti, a me serve a poco, sono un ingegnere». Andò avanti così per anni tra battute e frecciate, con la Roma che ormai aveva fatto il salto di qualità rispetto ai decenni precedenti.

Con l'arrivo di Franco Sensi alla presidenza giallorossa, non è che le cose cambiarono di molto. Anzi, i modi ruspanti del numero uno giallorosso contribuirono a riaccendere la rivalità anche se poi la Juventus continuava a essere il punto di riferimento del calcio italiano. Sensi provò anche a ribaltare le gerarchie, tentò di arrivare alla presidenza della Lega, trovò alleati che sembravano assicurargli la vittoria per poi scoprire che quegli alleati si erano sciolti al sole a causa della ragion di stato (all'epoca contava e parecchio pure il Milan di Berlusconi e Galliani) al motto, chissà perché, che conservare è sempre meglio che innovare.

La rivalità rimase, almeno fino a quando non ci furono esigenze economiche a cambiare il corso della storia. La Roma aveva qualche difficoltà a rinnovare il contratto per i diritti televisivi, i conti erano quelli che erano, i Palazzi non amavano il giallorosso, meglio arrivare a un compromesso con il nemico. E allora chi non se lo ricorda quel caffè in Campidoglio, padrone di casa il sindaco Valter Veltroni, intorno al tavolo la dottoressa Rosella Sensi, all'epoca presidente della Roma, al suo fianco Giraudo e Moggi, due della triade bianconera che poi avremmo scoperto protagonisti di Calciopoli? Una pace che a Roma in pochi capirono, compreso Franco Baldini (sì, quello lì) che da lì a poche settimane se ne sarebbe andato per divergenze politiche-strategiche, diciamo così. Negli anni successivi due giocatori come Emerson e Zebina salutarono il Colosseo per prendere casa a Torino.

Da quel caffè, i rapporti tra i due club sono stati improntati al politicamente corretto. Rinsaldandosi in questi ultimi anni in cui la Juventus è stata quasi sempre sulle posizioni politiche della Roma, con i dirigenti juventini che non hanno fatto mai mancare la loro stima alla società giallorossa, il tutto condito dalle cessioni di Vucinic, Pjanic e, roba di questi giorni, Luca Pellegrini (in cambio di Spinazzola). Al motto viva le plusvalenze, nuova frontiera di un'amicizia che non sarà mai tale.