Solleva la Coppa Italia al cielo e accenna un sorriso malinconico, Ago: lo sguardo rivolto ai tifosi, alla sua gente. Sembra quasi voler regalare loro quel trofeo, a cui da Capitano teneva più di chiunque altro. Perché era ancora fresca la ferita della finale contro il Liverpool, e Di Bartolomei sa benissimo che non può andar via da Roma e dalla Roma senza regalare e regalarsi qualcosa. Perché non può finire tutto con dei maledetti rigori e con le lacrime di una città intera.
Ecco perché, il 26 giugno 1984, Ago vuole quella Coppa Italia più di chiunque altro. Perché, dopo una vita all'ombra del Colosseo, sta per trasferirsi a Milano, sponda rossonera, insieme a Nils Liedholm. È la fine di un'era e, per certi versi, anche di un ciclo: di lì a qualche mese in panchina ci sarà un altro svedese, Sven-Goran Eriksson, e in campo resteranno Cerezo, Ancelotti, Pruzzo, Tancredi. Ma con le partenze del Barone e del Capitano - oltreché di Falcao, nel giro di qualche mese - c'è la sensazione che quel giorno di 35 anni fa si chiuda un capitolo, il capitolo più bello della nostra storia.

Agostino alza al cielo la Coppa Italia, la quinta della nostra storia, fascia di Capitano al braccio e tricolore sul cuore. È l'ultimo regalo, o forse no, perché come puoi mettere la parola fine a una storia d'amore così grande? Ti viene il magone soltanto a ripensare a tutto quello che è stato, che è e che sarà. Glielo dice anche la Curva Sud, con uno striscione che è storia: "Ti hanno tolto la Roma, non la tua Curva". Altrettanto toccante la lettera che gli dedica dal Commando: "Rideremo e piangeremo tutti perché avremo avuto un grande uomo che ci ha voluto bene", il passaggio finale.

La partita

Dopo l'1-1 dell'andata, la Roma riceve il Verona di Bagnoli allo Stadio Olimpico per la gara decisiva: i gialloblù, che l'anno dopo conquisteranno uno Scudetto storico, sono guidati in panchina da Osvaldo Bagnoli e in attacco da Maurizio Iorio, che però verrà espulso a inizio secondo tempo. Conti si infortuna alla spalla dopo pochi minuti, una sublussazione che lo costringe a lasciare il campo a Strukelj. Ma non c'è inconveniente che tenga: i giallorossi, e Ago più di tutti, vogliono quella Coppa a ogni costo. Non è una banale "consolazione", come qualcuno la definirà all'indomani: è un segnale di orgoglio, di forza di volontà e della capacità di sapersi rialzare, anche dopo una delusione enorme come quella del 30 maggio. Al 28' un'incursione di Graziani in area di rigore trova la deviazione di Ferroni, che insacca nella sua porta. È l'unico gol del match, nonostante la Roma abbia più di una chance per chiudere definitivamente i conti.

Il resto è tutto in quell'immagine, che non ha bisogno di descrizioni: Agostino alza al cielo la Coppa, il sorriso tirato, e la offre ai suoi tifosi, alla sua gente. Quella gente da cui nessun addio potrà mai separarlo.