La rosa ai raggi X: Mancini il guardiano di Gasp
Nonostante sia cresciuta la varietà di scelta, Mancini resta uno dei pilastri della difesa. L’errore con l’Inter non cancella la sua affidabilità, schierato sul centro-destra o in mezzo al reparto
(GETTY IMAGES)
C'è chi recita a memoria Sarti, Burgnich, Facchetti, eccetera. Noi preferiamo di gran lunga la melodia armoniosa di Tancredi, Nela, Vierchowod. O la sequenza che si sta facendo largo da un po’: Svilar, Mancini, Ndicka. Ancora più singolare nel calcio moderno, con le rose di 25 giocatori, il turn-over estremo, il mercato sempre aperto e i giuramenti di fedeltà che a volte durano lo spazio di una stagione meteorologica anche più che sportiva. Eppure da qualche tempo la difesa romanista ha raggiunto un grado di stabilità quasi anacronistico. Certo, l’inserimento gasperiniano di Hermoso dopo la parentesi negativa con Juric e quello recentissimo di Balerdi hanno aggiunto ulteriore personalità. Lo spagnolo e l’argentino sono i tasselli che mancavano, ma la costante è sempre lui: Gianluca Mancini.
Anche ora. Anche nel reparto forse più completo a disposizione di Gasp, che conta due giocatori per ruolo esattamente come nei desiderata estivi. Anche con Ghilardi e Koulierakis in seconda fila, ma pur sempre nazionali. Perfino dopo qualche passaggio a vuoto, come l’errore nella sfida con l’Inter che ha dato il via all’azione del primo gol nerazzurro. Mancio è sempre lì: sei gare disputate dalla Roma finora, sei presenze da titolare, con 466 minuti accumulati. Lì dietro soltanto Hermoso è stato scelto sempre dall’inizio come Gianluca. Agli altri - nessuno escluso - è toccato ruotare. D’altra parte che il numero 23 sia un fedelissimo del tecnico, una sorta di sua estensione in campo, è noto da tempo. A Bergamo come nella Capitale, è lui che sa interpretare le fasi di gara meglio di chiunque altro, che possiede tempi d’inserimento, caratteristiche adeguate a unirsi alla spinta offensiva e all’occorrenza farsi trovare in area avversaria. Non solo sugli sviluppi da tiri da fermo: cinque gol e due assist il suo bottino nella prima stagione giallorossa di Gasperini; già due passaggi vincenti in questa appena agli albori (quello un po’ fortuito per Koné nell’ultima e quello affatto banale per Mora a Lecce).
Uno splendido vizio che sotto la guida del suo mentore Mancini ha semplicemente incrementato: 38 reti procurate e fra queste 23 centri personali (con le tre chicche dei derby) lo rendono il difensore più prolifico dopo Panucci della storia romanista. La sua con 325 presenze complessive (a due gettoni da Perrotta, quindicesimo all time) è già da tramandare ai posteri. Oggi che ha anche migliorato gli aspetti disciplinari - zero cartellini stagionali - è soprattutto un centrale fra i più acclamati in Italia (riconvocato dal ct suo omonimo). A prescindere da qualche isolato svarione, che può capitare a chiunque. Perché Gianluca è ostinato, meticoloso, perfino su due ruote, come ha confessato a Eurosport: «Venivo da un fastidio al tallone, i preparatori mi hanno consigliato la bici prima di riprendere a correre: 40 chilometri, testa bassa e in cima ho staccato tutti». Mentalità, direbbe qualcuno.
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