C'eravamo tanto amati. Forse. Storia di un rapporto mai sbocciato tra finti sorrisi, frasi di circostanza, pruriti, cose non dette ma sussurrate, veleni, accuse, fino alla resa dei conti che oggi andrà in scena al Coni quando un Capitano c'è solo un Capitano comunicherà al mondo che dopo trenta anni lascerà la Roma. Francesco Totti e Franco Baldini, troppo diversi per piacersi. A parte i primi anni baldiniani a Trigoria, direttore sportivo di quella Roma che poi vinse il terzo scudetto, quando i due comunque si sopportavano, magari perché non c'erano precedenti ad alimentare un'antipatia poi deflagrata con il passare degli anni.

Dopo quegli anni, il rapporto non è mai stato più trasparente, fino al punto di diventare pubblica una reciproca antipatia che pur provando a mascherarla, perché la forma è la forma, è diventata sempre più palese, chiara, irreversibile. Si conoscono da più di venti anni, non si sono mai piaciuti, pur riconoscendo reciprocamente le qualità, Totti uno straordinario campione, Baldini un dirigente, almeno nella prima parte della sua esperienza giallorossa, capace di costruire una Roma vincente.

La rottura

Tutto è cambiato diventando manifesto quando Baldini si è ripresentato a Trigoria sventolando la bandiera americana, voluto dalla nuova proprietà per provare a fare la rivoluzione. Non cominciò nel migliore dei modi. Perché il caso scoppiò il diciotto luglio del 2011 con un'intervista a «Repubblica» a firma della bravissima Emanuela Audisio, in cui Baldini, certo non inconsapevolmente, accese una miccia che non si è più spenta. «Totti ha ancora quattro-cinque anni di carriera, se saprà guardare solo al calcio e non farsi carico di altro. Ma deve liberarsi dalla sua pigrizia e di chi usa il suo nome anche a sua insaputa. Deve smettere di lasciar fare, più leggero sarà, più lontano andrà con il pallone». Scoppiò il finimondo. Soprattutto intorno a quella parola, pigrizia, che di fatto trasformò in ufficiale il faccia e faccia tra il dirigente e l'allora Totti ancora calciatore. Servirono a poco le spiegazioni dei giorni successivi. La rottura ormai era diventata insanabile. Anche se poi, almeno per un certo periodo, ritornò la facciata del formalismo. Certificata anche dallo stesso Totti nel momento in cui Baldini, concluso il suo rapporto con la federazione inglese, si ripresentò a Trigoria.

E il Dieci fece alcune dichiarazioni che sembravano mettere fine alla crisi di un rapporto che tutto sembrava meno che idilliaco: «Non posso nascondere che quelle dichiarazioni di Baldini sulla mia pigrizia non è che mi avessero fatto piacere, ma è acqua passata, ho accantonato tutto, con lui ho sempre avuto un rapporto bellissimo, ora è bello averlo come dirigente della Roma». Tutto concluso? No, soltanto fumo negli occhi per un rapporto che continuava a essere molto complesso, in un crescendo di antipatia che prima o dopo sarebbe nuovamente riesploso. Un rapporto, poi, che diventò ancora più difficile da gestire e nascondere nel momento che a Trigoria tornò anche Luciano Spalletti, un altro che, come Baldini, non riusciva a capacitarsi del perché il Dieci avesse la possibilità di avere un suo ufficio personale all'interno di Trigoria, e poi usciva di senno, durante le festività natalizie, dovendo prendere atto che Totti si faceva recapitare i pacchi regalo nel centro tecnico della Roma.

Baldini sostenne sin dal primo istante il ritorno del pelato di Certaldo, non intervenendo mai nei momenti critici che videro uno contro l'altro Spalletti, Totti, la signora Totti con quel «piccolo uomo» che sancì la definitiva rottura tra il tecnico toscano e il Capitano che lasciava comunque in panchina per farlo entrare solo nei minuti finali delle partite. Totti non lo ha mai dimenticato. E la sua risposta è arrivata, nero su bianco, senza possibilità di smentite o equivoci.

Il libro

Ventisette settembre dello scorso anno, appuntamento al Colosseo per la presentazione della biografia del Capitano. Roba forte. Ma quella ancora più forte era stata anticipata dalla casa editrice, qualche giorno prima, quando un lancio di agenzia aveva rivelato alcuni pensieri scritti nel libro e dedicati, si fa per dire, a Franco Baldini. Parole durissime dette dal dirigente al Capitano: «Sappiamo tutti che la tua presenza negli ultimi anni è stata un peso per la Roma. Ho sostenuto Spalletti perché la pensava come me, è stato l'unico tecnico che ho contattato che non mi ha chiesto la tua presenza in campo come garanzia. Anni fa ti dissi che volevo venderti. Vedrai che la prossima stagione la Roma, liberata da una presenza così ingombrante, e per la quale nutre una profonda gratitudine, aprirà un nuovo capitolo della sua storia». In attesa del nuovo capitolo, Baldini continuò nel suo ostinato silenzio preferendo non replicare, limitandosi a una semplice «come faccio a mettere in dubbio la parola di Totti?» e annunciando, contemporaneamente, le sue dimissioni da quel Comitato esecutivo del club in cui lo aveva voluto a tutti i costi il presidente Pallotta.

Dimissioni che ci furono, ma si sono rivelate soltanto un trucchetto dialettico perché Baldini ha continuato e continua a essere il consigliere preferito dal proprietario giallorosso, come peraltro sempre certificato dallo stesso presidente ogni volta che ha deciso di comunicare al mondo il suo pensiero. E questa cosa a Totti non è mai piaciuta, nella convinzione che con Baldini ancora in sella per lui sarebbe stato sempre impossibile avere anche una minima capacità decisionale sulle sorti della Roma. La società, soprattutto attraverso il nuovo amministratore delegato Guido Fienga, ha provato a convincerlo ad aspettare, riflettere, ripensarci, offrendogli il ruolo di direttore tecnico convinta che questa fosse la soluzione migliore per tutti. Non per Totti. Almeno fino a quando da Londra ci sarà Baldini a dettare le linee guida.