Il film della stagione #4: a crederci resta solo Gasperini
Tra marzo e aprile infortuni e serie negativa avviliscono l'ambiente. Anche l'Europa vola via. Ma Gian Piero rianima squadra e tifosi
(GETTY IMAGES)
Passa ancora tutto dalla sfida alla Juventus. Come negli anni delle contese per lo Scudetto. Stavolta non ci si gioca il titolo, ma una qualificazione in Champions League che è manna per le casse societarie, molto più che per i tifosi. Ma tant'è. Con le milanesi e il Napoli a contendersi il vertice, la corsa al quarto posto sembra un affare fra Roma e Juve, con Como e Atalanta, le piccole lombarde diventate grandi, spettatrici interessate con ambizione da outsider. Passa tutto dalla sfida a distanza con i bianconeri, ma ancora di più dallo scontro diretto previsto da calendario il primo marzo all'Olimpico. O almeno così sembra in quella fase, a un primo superficiale sguardo. La squadra di Gasperini arriva all'incrocio ravvicinato con quattro punti di vantaggio: opinione diffusa è che se non si tratta di un match point, poco ci manca. Eppure Gian Piero è cresciuto dall'altro lato della barricata, dove uno dei motti più in voga è "fino alla fine". E perfino dopo quella ventisettesima giornata, con altri 33 punti in palio, qualsiasi sillogismo non può essere considerato definitivo. Il tecnico romanista predica calma, mentre sul versante opposto Spalletti - che dal canto suo conosce come pochi la piazza giallorossa - ostenta fiducia nella rimonta in classifica. Sul campo del Foro Italico è la Roma a fare la partita e a legittimare la supremazia grazie a una delizia griffata Wesley.
La Juventus ristabilisce l'equilibrio a inizio ripresa, ma Ndicka e Malen rimarcano le distanze. Quando i tre punti sembrano acquisiti, a poco più di dieci minuti dal triplice fischio, i bianconeri accorciano risvegliando cattivi presagi e in pieno recupero acciuffano il 3-3. La delusione è enorme, ma ci pensa Gasp nell'immediato post-partita a smorzarla, focalizzando l'attenzione sul vantaggio immutato e lanciandosi in un più che eloquente «Animo!». In fondo col solo Malen davanti, Dybala in panchina per onore di presenza ma non utilizzabile, senza Hermoso, la squadra ha surclassato per un'ora abbondante la rivale più accreditata.
Il clima di sconforto continua però ad avvolgere l'ambiente in vista della gara di Genova. Non tanto per il valore della squadra di De Rossi, quanto per un calendario irto di impegni complessi, che va a ingolfarsi col primo doppio confronto a eliminazione diretta in Europa League.
E da affrontare ancora con tante, troppe assenze. Già a Marassi però accade l'imponderabile. La gara è tirata, i padroni di casa vanno in vantaggio su rigore, i giallorossi riescono a riprenderla con Ndicka e a sovvertirne l'inerzia nell'ultima parte. Ci sarebbe un macroscopico fallo di mano in area genoana, ma arbitro e Var sorvolano e alla fine è proprio la squadra allenata da DDR a spuntarla, sfruttando un pasticcio difensivo di gruppo.
Non tutta coppa nostra
Ci sarebbe tanto da recriminare per i punti lasciati al Ferraris con responsabilità relative, ma non c'è tempo per i rimpianti. La coppa chiama. La trasferta a Bologna a portata di ogni mezzo richiamerebbe un esodo di massa, ma l'assurdo divieto di trasferta fino a fine stagione per i romanisti residenti nella Capitale viene confermato anche dopo ricorsi legali da parte dei tifosi. Così l'accoppiamento fra due italiane agli ottavi di una competizione europea, che avrebbe potuto perfino essere vantaggioso per entrambe dal punto di vista logistico, agevola i rossoblù e penalizza la Roma. Perfino la Uefa deve sottostare alle disposizioni di ordine pubblico. Sul campo del Dall'Ara Gasperini deve affidarsi a una squadra incerottata, fra squalifiche e infortuni. Con il solito attacco dimezzato e tutto o quasi sulle spalle di Malen, più le assenze pesantissime di Mancini e Koné, sono appena sedici i giocatori di movimento a disposizione. Eppure il vantaggio di Bernardeschi è annullato dal pareggio di Pellegrini. Tutto rinviato al match di ritorno della settimana successiva, all'Olimpico.
Prima però c'è un'altra trasferta difficile da affrontare, a Como, contro una squadra universalmente incensata e che nel frattempo è arrivata a portata di sorpasso. E ancora con tutti i reparti rabberciati. Il solito Donyell sembra capovolgere i pronostici, siglando il vantaggio dopo pochi minuti. Ma nel secondo tempo è l'arbitro Massa a rianimare i padroni di casa: Wesley viene espulso senza aver commesso fallo e come già a Genova una settimana prima, anche stavolta il Var non interviene a correggere l'errore marchiano. Il risultato capovolto che esce fuori dalla sfida del Sinigaglia è quasi scritto. A fine gara Gasp tuona, ma è solo. Non si alza alcuna voce dalla dirigenza, gli obiettivi si allontanano, mentre c'è chi imputa lo scivolo fuori dai confini della zona Champions alla maggiore mole di occasioni creata dai lombardi. Come se la partita (e prima quella precedente) non fosse stata condizionata in maniera determinante dagli orrori arbitrali. La sensazione diffusa è che Gasp sia sempre più un uomo solo, fra feroci critiche mediatiche, silenzio della proprietà, frecciatine della dirigenza. E gestione medica del parco giocatori ai limiti del surreale, con ostativi sull'impiego di alcuni, via libera senza motivi apparenti per altri e il grottesco caso-Dybala, il cui infortunio è stato affrontato a lungo tramite terapia conservativa, salvo scoprire la necessità dell'operazione dopo oltre un mese. Il ritorno di coppa con il Bologna assume le sembianze dell'ultima spiaggia.
La flessione in atto riguarda però troppi giocatori fondamentali in stagione: dal terzetto difensivo a Svilar, da Celik a Cristante e Koné. Il francese va anche ko dopo poco. Gli ospiti passano, Ndicka pareggia, ma il primo tempo si chiude sull'1-2 e dopo un'ora si va sull1-3. Sembra finita, ma Pellegrini sfodera una prestazione ai limiti del commovente, chiama la carica e porta la gara ai supplementari. Ma non c'è aria di impresa e i rossoblù segnano ancora: stavolta è finita davvero. Si va fuori dall'Europa con largo anticipo rispetto a previsioni e ambizioni, arrivati alle due gare da dentro o fuori nelle peggiori condizioni.
Prima dell'ultima sosta e della volata finale c'è ancora una gara di campionato, che nonostante tutto appare alla portata: in casa contro il Lecce invischiato nella lotta salvezza. La Roma fatica a sbloccarla, lo stesso Malen non è la solita macchina da gol e a risolverla ci pensa la risorsa alternativa Vaz, partito come sempre dalla panchina. Al rientro dalla pausa per le nazionali c'è anche Soulé, a 50 giorni dall'ultima presenza. Ma l'impegno è improbo: si va a trovare l'Inter dominatrice del campionato. La partita inizia in salita, ma l'ottima reazione è premiata quando Mancini la raddrizza. A un attimo dall'intervallo però si va ancora sotto e il secondo tempo è una debacle: 5-2 nerazzurro (con altra rete di Pelle). Non ci crede più nessuno. Tranne uno: Gian Piero Gasperini.
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