Roma-Lazio in Tribuna Tevere: lo sguardo a Verona
La stranezza di un derby vissuto a mezzogiorno, l’enorme gioia per la doppietta di Mancini e la voglia matta di andarsi a prendere la Champions League al Bentegodi
(GETTY IMAGES)
Ora, essere costretti, il sabato sera, a mettere la sveglia per paura di arrivare tardi al Derby non capitava, a quelli di noi non proprio giovanissimi, da almeno quarant’anni. Perché questo accadeva, per noi che c’eravamo, negli anni ’80, quando le partite iniziavano alle 14.30 e alle cinque di mattina stavi ancora a Viale Libia, sperando di ritornare a casa per buttarti sul letto un po’ prima delle sette, a mangiarti la terza bomba alla crema dopo avere passato la notte in giro di qua e di là.
Ma questo è stato e, quindi, per noi non proprio giovanissimi questo Derby a mezzogiorno ci ha costretti alla solita sveglia di buon’ora. Ma senza quel torpore che ci accompagna dal lunedì al venerdì, perché svegliarsi per andare a vedere il Derby fa lo stesso effetto, su di noi che alla Roma ci pensiamo più e più volte durante il giorno, che fa la mattina di Natale ad un bambino, che non vede l’ora di correre sotto l’albero per vedere cosa gli abbia portato Babbo Natale.
Perché a questo Derby ci siamo arrivati con dentro ancora le emozioni di Parma (“È stato meraviglioso: come lo United contro il Bayern”); con la convinzione che la squadra non verrà smembrata (“Vedrai che Dybala e Pellegrini rinnovano”); con la certezza che Malen sia non forte ma fortissimo (“E pensa che c’è chi dice che non è che è lui che è forte, ma che sò scarsi i difensori del Campionato nostro …”); con, soprattutto, la convinzione di potercela fare (“Loro hanno perso mercoledì; tu stai in crescita e vedi il traguardo”) e che, davanti a noi, una delle due sbagli qualcosa ( “La Juventus, no; ma, per me, il Milan a Genova non vince”, che va benissimo pure detta così, perché, cambiando i fattori, il prodotto, alle due di domenica, è rimasto lo stesso).
Mi riporta alla realtà, as usual, il mio fraterno ed antico amico che, con nome di fantasia, continuerà a chiamare “Gabriele”, il quale mi manda, proprio mentre la vista dei giocatori appena entrati in campo mi viene impedita dalla meravigliosa (come potrò capire solo dopo, una volta tornato a casa) scenografia organizzata in Tevere, un messaggio che vi riporto quasi pari pari: “Gli articoli sui giornali, le previsioni dei siti di scommesse, tutti con la storia dei favoriti e della partita senza storia … sto facendo gli scongiuri (il mio amico Gabriele, per amore di verità, sul punto ha scritto ben altro, n.d.r.) a raffica da questa mattina”.
E come dargli torto. Di là, nessuno. Di qua, in Sud, tutti allineati e coperti. C’è tutto, quindi, per fare bene. C’è tutto ma, pronti via, qualcosa manca. “Manca la cattiveria”, come lamenta, che non sono passati tre minuti, il seggiolino al mio fianco. E come dargli torto quando, dopo dieci minuti, stiamo ancora lì a fare un giro palla poco utile (“Non verticalizzano mai”) e sbagliando appoggi davvero facili (“Ma che ja preso?!”). Peraltro, quegli altri, che dovevano essere privi di motivazione, la loro partita la fanno (“Difendono stretti, perdono tempo, ripartono”).
Però, al netto di qualche sottile preoccupazione, di un gol annullato a loro che ti domandi cosa aspettasse ad alzare la bandierina che, in Tevere, l’abbiamo visto mezzora prima (“Io capisco tutto, ma questo era così evidente che non è che devi aspettà che qualcuno te dica che nun te sei sbajato…”), la convinzione che si possa, e si debba, vincere, è sempre forte. E quando, dopo la prima sventagliata di Dybala, Malen (“E’ sempre pericoloso”) si procura un calcio d’angolo, loro, che, fino a qualche giornata fa, sostenevano che la loro stagione fosse stata addirittura migliore della nostra (ho atteso settimane per riportare questo sarcastico commento, e adesso è giunto il momento: “La Roma de qua, la Roma de là…: in campionato, voi sesti e noi ottavi, che è la stessa cosa, anzi, peggio, perché l’anno prossimo, in Europa, ve andrete a giocà ‘na Coppa inutile (che loro, però, quando l’hanno giocata non l’hanno vinta, n.d.r.) quando noi potremmo vincere la Coppa Italia, mentre voi siete usciti da tutto”), si ritrovano che gli segna l’ultimo da cui avrebbe voluto subire un gol.
E, a quel punto, quella convinzione che comunque non avevamo mai persa si rafforza, ma non tanto per il vantaggio in sé, quanto perché inizia a farsi spazio la certezza che, nel secondo tempo, mai avremmo potuto giocare tanto male quanto nel primo (“Adesso Gasperini cambia qualcosa, perché tocca esse più veloci e verticali, e pressarli de più”).
E così fu. Perché Dybala è rientrato spiegando a tutti che “è lui a fare un favore a te se gli rinnovi il contratto”; che “Mancini sui calcio d’angolo lo devi tenere, altrimenti te risegna!”; che “Dovbyk non è Malen”; che Elsha “potevano farlo restare”; e, soprattutto, che “a Verona sarà una finale”. Uscivamo, quindi, pronti per andare a pranzo (“Alle due ce fanno ancora magnà da qualche parte”) ma consapevoli che, questa insperata, semmai sarà, qualificazione in Champions potrebbe portarci la rosa che Gasperini vorrebbe.
Ed allora, se dovesse essere, non sarebbe più necessario vendere ma soltanto acquistare. Ed è per questo che il tratto che va dall’Obelisco al parcheggio della Vespa si riempie di nomi, e di sogni, che si rincorrono. Tra tutti, due: Kean e Zaniolo. Il primo, perché “tu pensa cò Malen là davanti…”; il secondo, perché “si capisce che vuole tornare, e uno forte come lui, con Gasperini che lo torchia, in Champions potrebbe portarci lontano”. Ecco, lontano. La bellezza di questa vittoria nel Derby è soprattutto questa: quella di permetterci di gettare lo sguardo oltre l’orizzonte.
Con Gasperini, con Dybala, con Pellegrini. Magari con Kean e con Zaniolo. Ma, e soprattutto, con la musica della Champions che potrebbe risuonare ancora per noi. Andiamo a vincere a Verona, allora. Perché è arrivato il momento di tornare a viaggiare in Europa. E di visitare bellissime città. Come Madrid, ad esempio. Che, si sa, i primi di giugno è ancora più bella.
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