100 anni di sola ruggine
Roma e Juventus da sempre agli antipodi, sul campo e per DNA contrapposti. Negli ultimi anni le due società si sono avvicinate sulla politica sportiva, ma la rivalità resta fortissima
(GETTY IMAGES)
Roma-Juventus non sarà mai un’amichevole. Nemmeno se si presenta tale. Come il 9 agosto 2005, quando a Pescara va in scena l’appendice di una stagione dai risvolti sordidi, che soltanto i processi di Calciopoli scoperchieranno. L’acrimonia esistente da sempre è stata rinfocolata l’anno precedente dalle partenze di Capello, Emerson e Zebina in direzione Torino (proprio con la sfida balneare in calce alle cessioni). E lo scontro diretto all’Olimpico - arbitrato da Racalbuto - di quel campionato da poco concluso, è tramandato ai posteri fra le più grandi nefandezze mai viste su un campo di calcio. Allo stadio Adriatico in palio c’è zero, al di fuori dell’effimera gloria estiva. Eppure la sete di rivalsa è enorme e la gara si chiude fra polemiche e accuse all’arbitro Rocchi (proprio lui, l’attuale designatore), che allo scadere concede un rigore a dir poco discutibile a Del Piero, permettendo ai bianconeri di agguantare il 2-2 finale. Qualcuno la ribattezza “nemichevole” e mai neologismo suonò più adeguato.
Quel match all’apparenza così inutile resta però un paradigma. Di due visioni del mondo non solo differenti, ma contrastanti. Antitetiche. Il «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta» di impronta juventina non è tanto uno slogan camuffato da esaltazione della competitività, quanto il sintomo di un sistema orientato alla più famosa massima del pensiero machiavellico. L’affinità semantica con lo striscione esposto due decenni prima dalla Curva romanista, «Vincere malgrado tutto», si traduce invece in distanza siderale: da questa parte è ribellione nei confronti delle angherie, volontà di non arrendersi a un destino che appare avverso.
Noi da un lato, loro dall’altro. A uno sguardo terzo o superficiale può sembrare una presa di posizione ambiziosa quanto frivola, comune più o meno a tutte le squadre che non sono Juventus, quasi un vezzo, un desiderio malcelato di scalare posizioni ai danni di chi il vertice è abituato a occuparlo da sempre. Nel calcio come nella società (cosiddetta) civile. In realtà si tratta di genetica: la Roma nasce proprio in contrapposizione allo strapotere delle grandi del Nord, il proposito è perfino inciso nel suo atto costitutivo.
Nel precario Stato post-unitario di inizio Novecento l’asse imprenditoriale si è già stabilizzato intorno alla monarchia sabauda, fra Torino, Genova e Milano, calamitando il potere economico intorno al triangolo industriale. Il football da poco esportato dagli inglesi rappresenta la versione moderna di panem et circenses da dare in pasto alle manovalanze sottopagate, spesso per evitare derive rivoluzionarie. Alla Capitale resta il ruolo di centro politico e a calcio si gioca prevalentemente nei grandi parchi, fin quando la repentina popolarità del pallone non dà vita alle prime squadre di quartiere, più che altro divise per censo.
Il resto, come si suol dire, è storia. La Roma nasce per unire le varie anime della città e appunto contrastare i bulimici club settentrionali. E va subito vicina all’intento, grazie anche al bollente supporto del leggendario Campo Testaccio. Due volte seconda e una terza negli Anni 30, proprio mentre la Juve fa incetta di titoli: cinque consecutivi, un record battuto soltanto nella seconda decade di questo millennio. In ossequio alle ambizioni della casa madre Fiat, i bianconeri già si candidano a incarnare l’italianità (peraltro in una fase politica in cui il progetto è tutt’altro che secondario) formando l’ossatura di una formidabile Nazionale, vincitrice di due Mondiali e un’Olimpiade in un quadriennio. Eppure la squadra di Masetti e Ferraris, Bernardini e Volk, vende cara la pelle e infligge ai torinesi un 5-0 talmente clamoroso e destinato a restare nel mito, da ispirare l’omonimo film di Bonnard.
Lo Scudetto giallorosso arriva non molto tempo dopo, nel 1942, diventando significativo anche dal punto di vista degli equilibri geografici del calcio italiano: è il primo titolo vinto da una squadra a Sud della Linea Gotica. Ma la guerra che sconvolge il Paese muta anche nuovamente gli equilibri, ricalibrando il baricentro verso il Po. La Roma cade in serie cadetta a inizio Anni 50, dove resta una sola stagione prima di ricostruire. Arrivano anche grandi giocatori, ma per ritrovare trofei bisogna attendere il decennio successivo, quando sono le milanesi a dominare in campionato e in Europa. Eppure la “dolce vita” della Capitale coinvolge anche la sua squadra, che trova il trionfo continentale con la Coppa delle Fiere del 1961, vince le prime due Coppe Italia e sfiora la finale della Coppa delle Coppe proprio a fine decennio.
Sembra la premessa di un periodo prospero, ma di mezzo ci si rimette la Juventus, che con le sue lusinghe porta via i gioielli Capello, Spinosi e Landini. Gli Anni 70 sono bui per la Roma come per il Paese, mentre casa Agnelli cerca di tenere a bada le proteste operaie inaugurando un altro ciclo vincente. Il duello sul mercato riprende quando Anzalone strappa l’ambitissimo giovane bomber Pruzzo ai bianconeri. L’anno successivo il Club passa a Viola, che rinnova le ambizioni vincendo due Coppe Italia nelle prime due stagioni.
L’antagonismo si riattizza negli Ottanta. Il gol annullato a Turone e il conseguente Scudetto indirizzato verso Torino inaugurano una sfilza di episodi contestati e polemiche vivacissime. La Roma riesce a prendersi il titolo nel 1983, ma fino al 1986 la lotta per il vertice resta quasi sempre un affare a due. Lo “scippo” sul mercato di Boniek - grazie anche agli interventi Fiat in Polonia - estende i contrasti al mercato: Zibì arriverà alla Roma con tre anni di ritardo. Nel 1990 la storia si ripete con Haessler, che va prima a Torino per poi prendere la direzione giusta, ma in cambio del doloroso sacrificio di Peruzzi. Il duopolio Sensi-Mezzaroma porta “in dote” Moggi come ds, che però entro breve lascia Trigoria proprio per la Juventus, dove dirotta Ferrara e Paulo Sousa, trattati a lungo per conto dei giallorossi.
L’ex ferroviere acquista sempre più potere e fra le vittime predilette della sua tracotanza, in campo e sul mercato, c’è proprio la Roma. Il tricolore del 2001 viene mal digerito in casa Juve, dove si utilizza ogni mezzo anche ai confini del lecito per allungare i tentacoli su ogni angolo del sistema. La battaglia dialettica fra Sensi e Baldini da un lato, Moggi e Giraudo dall’altro, sembra seguire l’andazzo dei campionati e sfociare in un risultato già scritto. Finché non irrompe Calciopoli, che ristabilisce (un certo grado di) giustizia. Dopo l’onta della Serie B, la Juve risorge sotto la guida dell’erede della dinastia Agnelli, Andrea, grazie anche a uno stadio di proprietà ottenuto con un centesimo dello sforzo che si sta producendo da anni a Trigoria. A contendere il titolo ci prova la Roma di Garcia, che però si scontra con nuovi arbitraggi ostili, su tutti quello di Rocchi (sempre lui, il designatore attuale) a Torino nello scontro diretto del 2014-15.
Poi i giallorossi diventano protagonisti in Europa, i bianconeri comprimari in Italia. Perfino la casa madre Fiat si sfila, o quantomeno si defila. E sul versante “politico” ci si avvicina. In Lega i due Club sono spesso sullo stesso lato della barricata, anche perché i rapporti dei bianconeri con le alte sfere prendono una piega diversa da quella atavica. Perfino sul campo gli avversari cambiano. Quell’acredine quasi congenita si affievolisce un po’. Eppure sacche di resistenza a una possibile alleanza restano vive. Il passato non si dimentica. Tantomeno chi ci ha rubato i sogni. Gli emisferi giallorosso e bianconero continuano a rappresentare due poli opposti dello scibile calcistico. E non è detto che sia un male.
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