Una riga è stata tirata. Dopo averne scritte molte altre. Ci ha pensato il numero uno della Roma, come era giusto che fosse in un momento di depressione, smarrimento, rabbia, come quello attuale. Coacervo di sensazioni convogliate in gran parte su di lui, come è normale per ogni capo, cui toccano onori e oneri a seconda delle fasi. Il presidente della Roma non si è sottratto a quella degli oneri, assumendosi le responsabilità ultime di gran parte del fallimento dell'ultima stagione; affrancando consiglieri e dirigenti attuali; e sottolineando colpe dell'ultimo in ordine di tempo ad abbandonare la nave, già in piena tempesta. Tentativi apprezzabili i primi due, un po' meno - per stile - il terzo, sia pure confortato dall'evidenza dei fatti. C'è però un punto sul quale Pallotta è apparso come un elefante in una cristalleria: la decisione di non rinnovare il contratto a Daniele De Rossi, ricondotta a giustificazioni tecnico-tattiche che lasciano presagire un percorso ancora lunghissimo (per ora incolmabile) per entrare in empatia con il romanismo.

Anche soltanto farsi sfiorare dal pensiero che una vicenda di tale portata emotiva sia liquidabile con simili spiegazioni, indirizza a distanza siderale dal nocciolo del problema. Perfino un'annata ben al di sotto delle aspettative avrebbe potuto ottenere una differente percezione da quella in corso, se non fosse stata dilaniata dallo strappo forzato dell'anima. La conferma arriva da vicino, dalla cronaca delle settimane precedenti all'addio del Capitano. Quando si ricominciava a respirare un'aria friccicarella, attribuibile alla trattativa che avrebbe potuto portare Antonio Conte alla Roma. Era suo il nome in grado di riaccendere gli entusiasmi, proprio come è stato suo quello che li ha spenti sul nascere spiegando perché non sarebbe arrivato nella Capitale. Al gran rifiuto ha fatto seguito il grande schiaffo ai sentimenti romanisti e a stretto giro di posta si è passati dai sogni agli incubi. Con l'aggravante di essere entrati nel mese di giugno senza avere alcuna certezza sul domani che sarà. La nuova strada presidenziale edificata sull'autocritica è anche lastricata di buone intenzioni. Ma perché quella lettera non resti ferma a «carissimo amico», è necessario che alle parole seguano i fatti. Non tutti, ma subito. Almeno quelli utili per le fondamenta della nuova Roma.

Il prossimo direttore sportivo è da mesi in pectore, ma tuttora sotto contratto con un altro club, con tutti i ritardi del caso su un mercato che necessariamente dovrà essere rivoluzionario. La stessa panchina, dopo essere stata soltanto sfiorata da Conte prima e Gasperini poi, è ancora lontana dall'essere occupata. L'epilogo stagionale appena vissuto e le ferite ancora lontane dall'essere rimarginate, imporrebbero un grande nome. Ma in questo periodo sembra che il solo essere accostati alla Roma provochi fughe (anche preventive). Alle quali l'orgoglio romanista risponderebbe con «arrivederci» senza grazie. Ma quei dirigenti che pare non debbano lasciarsi trasportare dalle emozioni, devono reagire concretamente. Per non far restare morta la lettera. E fare davvero grande la Roma.