AS Roma

Roma-Milan nel segno di Ago e Nils

La sfida dei mille doppi ex trova in Di Bartolomei e Liedholm i simboli eterni. Il cuore del Barone diviso a metà, quello del Capitano di sempre spezzato dall’addio alla Capitale

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
25 Gennaio 2026 - 07:00

Alfa e omega. Giorno e notte. Sud e Nord. Zenit e Nadir. O più semplicemente, Roma e Milano. Agli antipodi in tutto, quindi anche nel calcio che riesce a essere specchio sociale a tutto tondo. Estremi che però si toccano e si intersecano, tessendo trame impensabili altrove. Quello che riguarda le squadre che portano i nomi delle due città è un racconto di intrecci infiniti, che soltanto per essere elencati avrebbero bisogno di intere collane enciclopediche. Da Schiaffino a Nordhal, da Carletto Galli a Pierino Prati, da Cudicini a Tancredi ad Antonioli; e poi Turone, Maldera, Cafu, Borriello, Cassano, Aquilani, Florenzi, Mexes, Elsha e Cristante; passando per le doppie bandiere Ancelotti e Panucci; per i tecnici Viani, Giagnoni, Radice, Capello, Montella, Fonseca. E chissà quanti altri, fra carneadi, meteore e campioni su entrambe le sponde

Come se toccato un mondo, si avvertisse il bisogno di vivere la parte opposta. Tanto per vedere l’effetto che fa. Riuscendo in alcuni casi a calarsi talmente nella nuova realtà, da sovrapporla a quella precedente. È il caso di Aldo Maldera, nato a Milano ma “diventato” romano e rimasto nella Capitale anche dopo la fine della carriera, fino all’ultimo giorno. 

In un romanzo di questa portata, i due posti d’onore non possono che essere per Liedholm e Di Bartolomei. Un cuore diviso a metà e uno spezzato dall’addio alla Roma, proprio in direzione Milan. Differenti ma affini. Fuori dagli schemi fino al punto di capovolgere i luoghi comuni sulle rispettive provenienze. E soprattutto indispensabili l’uno per l’altro, tanto da legare i propri nomi  in una storia sola. La Storia. Capitano e allenatore dello Scudetto. Prima ancora, del ritorno alla Grandezza. Dopo, di una traccia gigantesca lasciata in eredità nei decenni a venire. Sembrano distanti persino nell’iconografia, Ago e il Barone. L’uno rappresentato sempre con il volto serio, le braccia a indicare la posizione migliore al compagno, sintomo non di autoritarismo ma di autorevolezza, conferita da un carisma enorme. L’altro con il sorriso sardonico, frutto di uno humour graffiante e di un gusto per il paradosso che gli resta impresso come un marchio di fabbrica. A braccia conserte e col tono basso, sereno, un accento che sembra una nenia, perché in certi casi basta lo sguardo a impartire disposizioni; e quel vissuto da immenso calciatore a stimolare la voglia di migliorare la tecnica di base anche in campioni già affermati. La zona è il suo verbo, Dibba il profeta al quale per primo lo affida. Si incrociano per la prima volta all’alba delle rispettive carriere. Liedholm ha già un decennio di esperienza sulle panchine, a dire il vero: prima alla casa madre milanista, all’inizio da assistente di Gipo Viani; poi sulle proprie gambe ma in tono minore. Verona, Monza, Varese e Firenze, prima di approdare a Roma, rotolando verso Sud in un viaggio che è una sorta di bussola per lo svedese più solare, meridionale e scaramantico di sempre. Arriva in giallorosso nel 1973, proprio mentre il leader di una delle tante splendide nidiate romaniste si affaccia in prima squadra, consegnato nelle sue sapienti mani da Trebiciani, uno che di giovani talenti se ne intende. E Liddas intravede in quel diciottenne qualcosa in più di un promettente centrocampista.

Di Bartolomei è l’oculato tessitore di trame di gioco, il ragazzo dal tiro poderoso e dalla regia erudita. Per completare la maturazione viene mandato una stagione a Vicenza, «a farsi le ossa», come si dice in quegli anni. E torna più vigoroso che mai. Il suo mentore però non sa resistere al richiamo del Diavolo (che ha già tentato, senza riuscirci, un Ago tredicenne). A Milano il Barone resta due anni, il tempo di conquistare una stella e riscendere sulle rive del Tevere per far uscire a rivederne tante anche ai romanisti. 

Il ciclo ricomincia con il trionfo in Coppa Italia, poi subito un’altra - entrambe contro il Torino - a parzialissima compensazione di uno scudetto scippato proprio nel capoluogo sabaudo, ma da chi non ne porta il nome. Quello dell’altro ex milanista Turone è legato per l’eternità all’increscioso episodio, ma intanto è arrivato Falcao a irradiare nuova luce. Ad Agostino sono stati conferiti anche formalmente i gradi sul braccio che già detiene da tempo: è lui a intrecciare la Ragnatela vincente, mettendosi ancora una volta a disposizione del suo allenatore pur di condurre «il vessillo in porto». L’ultimo uomo è davvero l’uomo in più di quella magnifica fuoriserie. Libero: di staccarsi, manovrare, tirare. Di trascinare la Roma. Prima sul trono d’Italia, poi a un passo da quello europeo, conquistato grazie a un suo rigore per meno di un minuto e poi evaporato per mille congiunzioni astrali sballate. Da lì in poi la parabola non può che essere discendente e intrisa di malinconia: l’ennesima Coppa Italia serve soltanto a lenire un dolore che farà maledire il 30 maggio una volta, due e tutta la vita. C’è soltanto il tempo di seguire Nils a Milano. Ma se gli uomini sono giusti, il posto è sbagliato. E il cuore di entrambi resta ancorato a Roma. Come il nostro a loro, in ogni Roma-Milan e non solo.

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