Mica tutti gli addii sono uguali: le lacrime che abbiamo visto (e che vedremo) in questi giorni hanno sapori diversi. C'è chi sente di dover cambiare aria, perché ha dato tutto quello che poteva e vuole tornare a casa, o magari si dirige verso mete esotiche e attraenti, se non altro dal punto di vista economico. C'è chi, come Andrea Barzagli, Sergio Pellissier e Stefano Sorrentino, appende gli scarpini (o i guanti) al chiodo: le loro sono lacrime di emozione mista a una nostalgia che subentra nell'istante stesso in cui abbandonano per l'ultima volta il rettangolo verde. Un po' come fu per Totti - con le dovute proporzioni, è chiaro - è la presa di coscienza del «maledetto tempo», quasi irrispettoso nel metterti di fronte all'età che avanza, ai muscoli che non reggono come qualche anno fa, al fiato che viene un po' meno. Dentro ti senti un ragazzino, ma ci sono i quarant'anni a ricordarti che sei diventato grande e il tempo del gioco è finito.

C'è chi, come Daniele De Rossi, viene invece messo alla porta: le sue (e le nostre) lacrime, quando domenica saluterà casa sua, sono rese più salate dall'amarezza di non aver potuto decidere quando e come chiudere con la Roma. Se l'addio di Totti era stato annunciato da tempo, quello dell'attuale Capitano è stato un fulmine a ciel nuvoloso, arrivato con un laconico tweet lo scorso martedì mattina. Col Parma l'Olimpico si riempirà, ma il magone dei tifosi sarà quello di chi avrebbe voluto un altro finale, un altro futuro. Sarà il magone di chi in qualche maniera sognava un happy ending a questa storia d'amore: è la separazione lacerante di chi sentiva di poter dare ancora molto, ma a cui non è stata data la possibilità. È il magone di due parti costrette a separarsi da una terza, in nome di un asset aziendale che non concede spazio ai sentimenti.

Tutt'altro stato d'animo per Arjen Robben e Franck Ribery, che sabato scorso hanno giocato la loro ultima gara con la maglia del Bayern Monaco: hanno salutato con un gol a testa nel 5-1 all'Eintracht, che ha permesso loro di sollevare la Meisterschale, l'ottava conquistata in dieci anni insieme. Entrambi hanno ricevuto la consueta doccia di birra che si riserva ai campioni di Germania, mentre l'Allianz Arena regalava loro una coreografia da brividi: «Ciao e grazie per aver combattuto in nome dei nostri colori», recitava uno striscione. Nemmeno loro sono riusciti a trattenere le lacrime: del resto in totale vantano 732 presenze con la squadra bavarese (424 Ribery, 308 Robben). Ma sono pronti a concludere la carriera in Paesi forse meno competitivi, ma sicuramente gratificanti dal punto di vista economico. Per l'olandese c'è l'ipotesi Giappone: il Vissel Kobe, dopo Iniesta, vorrebbe prendere anche lui. Per quanto riguarda il francese, sembra in pole position l'Al-Sadd di Xavi.

Ha deciso invece di tornare in patria Vincent Kompany: il suo è un ritorno a casa, nell'Anderlecht che lo lanciò più di dieci anni fa. Dopo aver regalato al City il sesto titolo nazionale della sua storia con un gol decisivo alla penultima giornata, il 33enne ha firmato un triennale con il club belga, di cui sarà capitano e allenatore. Intanto, i tifosi dei Citizens, dopo averlo omaggiato in occasione della festa per la Premier, pensano di dedicargli una statua.  Domenica a salutare sarà Daniele, che pure avrebbe voluto continuare a difendere quelli che sono - e saranno sempre - i suoi colori. Perché, in un calcio fatto di banderuole, le bandiere non andrebbero mai ammainate.