Il "farmacista" quando vuole parla, eccome. Ci tiene quasi ad ogni conferenza Claudio Ranieri a dire che «dice tutto per non dire niente». Eppure quando ieri durante la conferenza gli hanno chiesto se si sentisse di consigliare la Roma ad un allenatore per il futuro, con primo e chiaro riferimento a Conte, si è sciolto in una bella risata romana solo quando ha capito di essere stato coinvolto nella lista dei candidati.

Perché a lui la Roma «fa brillare gli occhi». Perché lui la Roma ce l'ha nel sangue. Perché lui la Roma la sente come una mamma, una sorella, una figlia. In qualche modo oggi Ranieri è la Roma. Ma lui vorrebbe esserlo anche domani. Oggi Ranieri lavora per far sì che tutti quelli che parlano del futuro possano poi sfruttare i vantaggi di un quarto posto che oggi dipende molto, quasi tutto, dalle sue scelte, dal suo carisma, dalla sua capacità di farsi seguire dai giocatori.

E in quel futuro vorrebbe starci comodo anche lui. Pensa di poterselo guadagnare proprio attraverso questo lavoro e ormai non ne fa mistero. Guardando le cose dal suo punto di vista, come dargli torto? Dopo che ha accettato - senza neanche discutere la proposta economica - di mettere nuovamente in discussione il suo nome e la sua reputazione di "aggiustatutto", se dovessi anche riuscire nel miracolo di riportare la squadra dal settimo al quarto posto, non sarà facile per chi avrà l'ingrato compito dirgli «prego, si accomodi fuori. I frutti del suo lavoro se li godrà qualcun altro». Se dovesse davvero riuscire nell'impresa di riportare la Roma in Champions, tra tanti protagonisti della stagione si potrebbe dire che proprio Claudio Ranieri alla fine sarebbe quello ad aver lavorato meglio.

Certo, quando non perde l'occasione per ribadire che la sua squadra non deve perdere tempo a costruire il gioco dal basso, perché lui è un allenatore pratico, sembra andare in contro-tendenza rispetto a quelle che sono state le scelte operate dai dirigenti della Roma americana in questi anni. E pensare di avviare un nuovo progetto tecnico su queste basi suonerebbe anacronistico, soprattutto dopo che, ancora una volta, la Champions League ha dimostrato che chi vuole trovare una dimensione nel gotha del mondo del calcio non può rinunciare a certi principi ormai così condivisi.

Ranieri resta in ogni caso un grande motivatore. Anche la scelta di mettere in positivo ogni possibile risvolto della sfida di domani a San Siro («se perdiamo non cambia niente: dovremo lottare fino alla fine. Ma se vinciamo avremo una spinta ulteriore per fare bene») è una mossa da fine stratega per (provare a) scaricare dalle spalle dei giocatori una responsabilità che potrebbe essere controproducente. Lui sa come si fa. E vorrebbe continuare a farlo anche il prossimo anno...