La Roma «è ancora un amore» per lui. Forse, ma non solo, perché nella Capitale ha vinto uno scudetto. Fabrizio Lucchesi è tornato a parlare delle vicende della squadra che sotto la presidenza Sensi portò alla conquista dopo diciotto anni del tricolore. Assieme a Franco Baldini e al tecnico Fabio Capello. Sono passati altri diciotto anni e a Roma lo scudetto manca ancora. Tutto è cambiato, la Roma è americana dal 2011 e in questi otto anni, soprattutto, si sente il vuoto di un trofeo, nonostante la squadra sotto la presidenza di Pallotta abbia raggiunto stabilmente la Champions League, che vuol dire le prime posizioni nel campionato italiano: «Competere con il fatturato della Juve è improponibile per chiunque in Italia - spiega Lucchesi - ma la Roma si è comportata bene, Pallotta ci ha messo buona volontà. Ma c'è un problema finanziario: la Roma spende più di quanto incassa, per rimanere al suo livello ha bisogno di vendere e reinvestire, come fanno anche le altre società. Purtroppo con questa dinamica da un punto di vista sportivo non sempre si coglie nel giusto, quindi non si è alimentata una crescita prospettica. Si sono avvicendati due o tre allenatori, due o tre direttori, ma alla fine il minimo comune denominatore è un buon livello, ma non il livello top. Per arrivarci occorrono due elementi che mancano ancora alla Roma: il primo è quella continuità programmatica che finora non c'è stata, i cambiamenti di figure importanti come un direttore o un tecnico non si assorbono in due mesi. Il secondo invece è il potenziale di fatturato, perché anche a sbagliar poco, la differenza è quella». Potenziale che però la Roma attende da troppo tempo di accrescere, anche tramite la costruzione di un impianto di proprietà: «Capisco la battaglia di Pallotta per lo stadio, perché darebbe alla Roma una dimensione internazionale ancor più spiccata e permetterebbe una patrimonializzazione oltre che l'aumento del fatturato, come accaduto alla Juventus. E sarebbe d'aiuto per colmare il gap con le altre grandi squadre europee. Stadio sì o stadio no, siamo vicini a capire se Pallotta vuole o meno rilanciare. Siamo a un bivio che darà modo di capire dove vorrà andare la Roma».

Allenatore e Ds

Intanto, però, la lancetta corre e il futuro è già presente, con diverse incognite, a partire da quella legata all'allenatore:  «È in corso una riflessione per quanto riguarda le prossime stagioni, perché la prossima, di fatto, è già iniziata da gennaio, non comincia il 1° luglio. La proprietà deve dare le linee guida e assumere le decisioni, ma per ora non credo che abbiano ancora trovato le soluzioni. Nel frattempo si giocano le partite, la squadra è altalenante, ma credo che a Trigoria non vedano l'ora di arrivare a fine anno. Sarebbe straordinariamente importante acciuffare il quarto posto, sia per motivi finanziari sia per la parte sportiva perché la stagione avrebbe più senso». Le riflessioni che si faranno tra Boston, Londra e Roma verteranno soprattutto sull'identificazione finale di chi fa cosa. Partendo da Baldini, che resta figura di riferimento incrollabile per Pallotta: «Ovviamente le scelte a volte possono anche rivelarsi sbagliate, ma Baldini è un conoscitore di calcio italiano, internazionale, ha esperienza di Roma, è avvantaggiato in tal senso. È chiaro che ha un peso specifico importante in questa fase. Non è nell'organico della società ma è come se lo fosse, non lavora per la Roma, ma per Pallotta, che è libero di sentire chi vuole».

Un nome nuovo potrebbe essere quello del manager portoghese Luis Campos: «Se ne parla bene. Come si parlava bene di Monchi, ma è tutto relativo, perché alla base dipende dalla programmazione. Il ds spagnolo si è forse calato poco nella realtà dove ha lavorato, si è trovato in qualcosa più grande di lui, aveva spesso la faccia impaurita, ma è uno che capisce di calcio. Ha avuto difficoltà a capire l'ambiente, la Roma in Italia non è come il Siviglia in Spagna, è come il Barcellona o il Real Madrid. Non c'è tempo, c'è bisogno di fare un programma che dia dei risultati nell'immediato». Già, l'ambiente. In questo senso in società ci sono due profili che possono tornare utili: «Totti va valorizzato, la farei finita di pensare che sia solo il grande ex giocatore, campione assoluto del campionato italiano. È stato il più importante giocatore della Roma, è romano e romanista. E in più conosce il calcio. Ora è pronto per un nuovo capitolo, va messo alla prova, è capace e ha carisma, è predisposto a imparare. Va coinvolto. Bisogna lasciarlo crescere e sbagliare. In questo mestiere è bravo chi sbaglia meno, non esiste chi non sbaglia. E poi c'è Massara, che è in gamba e ha avuto un grande maestro, credo che gli vada costruita una struttura intorno, perché le società moderne sono articolate, gli organigrammi sono verticali, ci vogliono più specificità». Da tutto questo si arriverà, poi, alla nomina del nuovo tecnico: «È tosta fare un nome adesso, perché dipenderà da tutto quello che abbiamo detto finora. Sarà scelto dopo che tutto avrà una risposta, perché dev'essere tarato e incarnare la volontà e le aspettative della società». Come dire, l'allenatore può attendere. Ma non per molto.