Se si supera il pregiudizio sulle sue radici sia umane sia professionali a tinte biancocelesti, che a questi livelli di professionismo non conta mai, il signore che abbiamo incontrato e intervistato è una tra le persone più longeve del calcio italiano e in assoluto più informate su fatti che direttamente o indirettamente riguardano le vicende passate, presenti e future di Trigoria. Basti pensare che è stato uno degli uomini che ha accompagnato Totti alla scoperta del suo nuovo incarico professionale alla Roma, che ha da sempre un rapporto di stima reciproca con Franco Baldini, che ha avuto modo di interagire con Monchi e Massara a più riprese, che è amico strettissimo di Marco Giampaolo, ha un ottimo rapporto personale con Antonio Conte e conosce praticamente tutti i dirigenti e gli allenatori che con la Roma hanno avuto o avranno a che fare. Lui, Stefano Antonelli, 54 anni, sembra avere le idee chiarissime: «Secondo me i tifosi romanisti sottovalutano Massara. Parliamo di un ottimo professionista e di un grandissimo conoscitore di calcio ad ogni livello. Dirò di più: se penso ad una struttura societaria in grado di collocarsi al top dei board di ogni club al mondo, io dico che con Baldini al vertice, Massara ds e Totti direttore tecnico, la Roma ce l'avrebbe di sicuro. Ma magari Franco non sarà d'accordo...».

Ok, partiamo dall'inizio. E ci scuserà la franchezza sulla sua fede sportiva, ma al Romanista non intervistiamo laziali...
«Figuriamoci. Ma sono cose che valgono quando sei un bambino. Cominciai anche l'avventura in questo mondo così, grazie all'amicizia nata con Roberto Di Matteo e Beppe Signori. Ma poi il mio percorso mi ha portato a ragionare da professionista e ho tifato per mille squadre diverse, compresa la Roma, nei luoghi in cui ho lavorato e a seconda delle ragioni professionali del momento».

Come ha conosciuto Di Matteo e Signori?
«Il mio padre putativo calcistico si chiama Gigi Riva, forse il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Era un amico di mio padre. Tramite lui ebbi la fortuna di frequentare certi ambienti della Nazionale e conobbi prima Beppe e poi Roberto. Con Di Matteo ho fatto anche la mia operazione all'estero, quando andò al Chelsea. E da lì per me è cominciata una bella escalation».

Subito nel gotha del calcio.
«Era il calcio dei signori veri, dei Bonetto, dei Pasqualin, dei Canovi, dei Branchini, di Fioranelli, di Damiani, di Tinti, ecc. ecc.. Con loro qualcosa ho imparato: nei primi anni 2000 ero uno dei primi agenti italiani. Avevo più di 70 giocatori in serie A, partendo dal nulla. Poi nel 2006 è cambiato tutto».

Si riferisce al processo Calciopoli, che anche attraverso le sue testimonianze ha portato alle condanne che hanno rivoluzionato il calcio italiano.
«È un argomento che voglio dimenticare, è stato un momento di angoscia e di grandi pressioni negative, ne sono stato protagonista da parte lesa. Preferisco non parlarne più».

L'inimicizia con Moggi però le è costata qualcosa in termini professionali.
«Ma no, decisi io di cambiare scenari. Già nel 2004 avevo fatto da consulente per l'Ascoli, con Giampaolo allenatore. Cairo mi chiese di andare a fare l'amministratore delegato al Torino, peraltro riscontrando una mia volontà di passare dall'altra parte della scrivania».

E così cominciò un'altra carriera che la porterà poi a guidare da amministratore e direttore sportivo Udinese, Siena e Bari.
«Non recrimino nulla, mi ha completato sotto diversi punti di vista. Da agente vinci sempre, se un tuo calciatore va male ce ne sono altri cinque che vanno bene. Da dirigente la sconfitta è tutta tua, e la vivi pesantemente. L'ho fatto e lo rifarei, ma poi la figura del ds è cambiata, è diventata un ruolo ibrido».

A Siena e Bari non andò bene.
«Purtroppo conoscete tutti le vicende del Monte Paschi, poi al Bari pensavo ci fosse una maggiore solidità. Ma restano esperienze belle che non rinnego assolutamente».

Poi per un po' lei è scomparso dalle cronache calcistiche.
«No, ho lavorato e viaggiato moltissimo e poi ho ripreso in mano la mia Football Service, l'agenzia che ho con Danilo Caravello. Ora mi occupo di servizi per il calcio e di intermediazioni, in pratica una sintesi tra l'attività del procuratore e quella del direttore sportivo. E esploriamo anche nuovi confini grazie alla collaborazione creativa di Manuele Iorio che ci sta portando una preziosa esperienza maturata in tanti anni di Mondiali ed Europei di Calcio in tema di relazioni, marketing, sport production, media e social».

Tra le cose di cui lei si è occupato personalmente c'è stata anche quella di affiancare Totti per aiutarlo a muovere i suoi primi passi nella sua nuova esperienza professionale. Com'è nata?
«È nata per caso, con Francesco ci conosciamo da sempre. Non c'era mai stato un rapporto professionale, nell'ultimo anno della sua attività invece è capitata l'occasione, grazie all'intuizione di un amico comune, e così ho vissuto questa esperienza, condividendo tutte le contrastanti emozioni, senza doppi fini, con il solo intento di rendermi utile. Vicino a lui puoi solo imparare, altro che insegnare. Sono fiero di aver vissuto con lui quel periodo».

È stato difficile accompagnarlo nel post-calcio giocato?
«Sì perché nella sua testa questo post non esisteva. Per lui c'era solo il campo. Lui voleva capire come evitare di dover smettere. Ma il momento di dire basta era arrivato».

In quale momento Francesco ha capito che era davvero finita?
«Secondo me solo dopo il 28 maggio, solo dopo l'addio. Francesco è l'amico che tutti vorrebbero avere, è una persona buona, si preparava all'addio senza esserne convinto. Dopo ha cominciato a pensarci veramente».

Nel suo libro Totti ne ha parlato. L'incontro decisivo con la società, in quel momento rappresentata da Baldini, c'è stato a Londra. Alla sua presenza.
«Sì, a Londra e nei successivi incontri preparatori che hanno portato Francesco a capire che cosa avrebbe potuto fare nella Roma».

Il ruolo è stato uno scoglio?
«Aveva ragione Baldini, ogni ruolo lo avrebbe sminuito. Un titolo più nobile di "Francesco Totti" nella Roma non esiste. Quello doveva essere il suo biglietto da visita».

Perché poi il suo rapporto professionale con lui è finito?
«Stare accanto a lui è gratificante ma anche complicato. Si attirano troppe curiosità, molte invidie, sentimenti non sempre positivi. Il mio ruolo non era stato volutamente reso pubblico, quando uscì un articolo sul Messaggero in cui veniva svelata la mia partecipazione ci furono reazioni scomposte. Così abbiamo fatto un passo indietro tutti. Per me l'obiettivo era raggiunto, ormai. In parte penso di aver contribuito a ricreare il suo stato d'animo positivo quasi come quando giocava e a ricucire il rapporto con la governance della Roma. Sono convinto che ormai si va verso la strada che avevamo tracciato. Ora Francesco è pronto a prendersi responsabilità sempre maggiori nella Roma».

Com'era una giornata tipo con lui?
«Lui come in campo vive di intuizioni geniali. Ogni tanto mi diceva "Vabbè, ma mo io che faccio? A quello che je dico?". E io lo tranquillizzavo: "Nulla. Tu sei Francesco Totti. A bordo campo a Trigoria la tua sola presenza calma gli animi, fa rendere tutti al massimo, puoi stare in ufficio o accanto a Monchi, puoi valutare la difficoltà di un momento dello spogliatoio e intervenire ma anche lo spessore tecnico di un giocatore da acquistare. Poi con calma capirai esattamente chi sei e che cosa vuoi". Francesco a Trigoria ha sempre avuto riferimenti storici. Anche quando sono stati messi in discussione, lui ha messo il bene della Roma sopra ogni cosa. Diceva "Voi prendete le decisioni che volete, io le appoggio, tanto le persone a cui io sono grato saranno sempre accanto a me e non mancherà loro mai nulla, a Trigoria o fuori". Pensate la nobiltà».

Eppure a Roma molti sono ancora convinti che lui faccia poco per il club da dirigente.
«Qualcuno gli consigliava anche di cambiare aria per un po', io gli ho sempre detto di restare perché quando si esce non si sa mai che succede. E non c'è stato neanche troppo bisogno di convincerlo. Nel suo primo anno ha certamente inciso meno, ma quest'ultima stagione è stata assolutamente più intensa e ha rappresentato la Roma al meglio in tante occasioni».

Ora è pronto per altro?
«Non posso dirlo io. Però se penso a un assetto societario con Baldini al vertice, Francesco direttore tecnico e Massara direttore sportivo io dico che la Roma avrebbe un management di livello mondiale. Massara ha il profilo perfetto per far bene lui e far crescere Francesco».

C'è chi dice che Massara non abbia ancora lo spessore per comandare uno spogliatoio.
«Non sono d'accordo, lo dice chi non lo conosce, forse perché si pone come una persona mite ed educata. Massara sa perfettamente gestire uno spogliatoio».

Parliamo di allenatori. Con Conte ha un ottimo rapporto. Come lo vedrebbe alla Roma?
«La Roma si appresta probabilmente ad iniziare un ulteriore nuovo percorso, è però uno dei tre o quattro club in grado di competere con la Juventus nei prossimi anni. E se vuoi provare a vincere uno come Conte è l'allenatore ideale».

Ma lui verrebbe?
«Al Chelsea lui ha avuto un presidente che non c'era mai, ereditando una squadra che non aveva vinto niente e facendo poco mercato. Che le ricorda? Io dico che se ti metti seduto con Conte e hai le idee chiare non hai problemi. Lui vuole arrivare alla vittoria e capire come ottenerla, è questa la sua fobia. Non sarà mai solo questione di soldi, anche perché il suo standard è noto».

E invece Giampaolo?
«Sono sempre stato nel calcio un "portatore sano di Giampaolo" molti club mi ridevano dietro. È un allenatore straordinario ormai pronto per un grande club. Alla Roma o altrove».

Infine i ds. Si parla di profili diversi: da Campos del Lille, a Faggiano del Parma a Petrachi del Toro. Che ne pensa?
«Faggiano ha fatto i miracoli a Parma, ma ha sempre fatto bene. Ha carisma, personalità. Gianluca Petrachi si è affiancato sempre agli allenatori. Campos è legato ad intermediari mondiali, sarebbe un altro tipo di ambizione. Ma il top la Roma ce l'ha già in casa...».