Fare classifiche di merito dopo aver centrato una finale europea a distanza di oltre trent'anni dalla precedente, è un esercizio che lasciamo volentieri ai pignoli a prescindere, anche perché qualsiasi classifica sarebbe perlomeno opinabile. Tutti bravi i giallorossi, timonati da uno Special One che da queste parti, travolta dalla passione di una tifoseria straordinaria, sembra tornato l'ispirato tecnico che cominciò a vincere, contro tutto e tutti, con il Porto, sempre più intenzionato ad aggiornare e arricchire la sua bacheca che già dice venticinque trofei. Lo Special One ha già lasciato il segno. Sia sulla squadra, sia individualmente su tutti i giocatori. Sapendo di poter contare su una rosa non perfetta e incompleta (il regista tanto invocato soprattutto), ma su un gruppo che ha trasformato a sua immagine e somiglianza. Puntando soprattutto, anche se non ce lo dirà mai, su tre giocatori. Uno per reparto. In difesa Chris Smalling, in mezzo al campo il Capitano Lorenzo Pellegrini, davanti quel Tammy Abraham al quale comunque continua a dire che da lui si aspetta sempre di più, «perché vale di più di quello che ci ha già fatto vedere».

Tre giganti ci piace definirli che sono stati la spina dorsale di una Roma che è cresciuta con il passare delle partite grazie a una ritrovata solidità difensiva, al gioco a tutto campo del Capitano e ai gol dell'inglese con i capelli spruzzati di biondo. Smalling è stato l'assoluto e imprescindibile comandante di un'organizzazione difensiva che è diventata un punto di forza della Roma. Nella parte iniziale della stagione, quando Smalling si è trovato di nuove alle prese con problematiche fisiche al ginocchio, la solidità difensiva dei giallorossi è stata sempre un quiz, tra un Mancini che stentava a riproporsi ai suoi migliori livelli, un Ibanez che non si faceva mai mancare qualche amnesia difensiva e un Kumbulla che sembrava un giocatore regredito piuttosto che migliorato. Mou ha capito che c'era bisogno di ritrovare il miglior Smalling per risolvere il problema. Ha avuto la pazienza di aspettarlo, nessuna fretta per recuperarlo, ma una volta tornato a disposizione l'inglese è tornato il punto di riferimento difensivo con tutti gli altri che gli sono andati dietro salendo progressivamente di livello. Questo miglioramento si è visto anche in Europa con Smalling sempre presente nella parte finale (nove i gettoni con un gol segnato allo Zorya), dominatore, per esempio, in entrambe le partite contro il Leicester, dimostrando di essere tornato il difensore dominante della sua prima stagione in giallorosso.

Un discorso simile, a proposito di miglioramenti, si può fare per Lorenzo Pellegrini. Il Capitano sta disputando la sua migliore stagione in assoluto, campionato o Europa cambia poco, uomo ovunque di una squadra che ha metabolizzato alla perfezione il dna del suo allenatore. Pellegrini aveva bisogno di un allenatore di questo tipo per affermarsi definitivamente, acquisire personalità e coraggio, trasformarsi nel punto di riferimento della squadra. Con lui Mou ha cominciato a lavorare sin dal primo giorno. Come dimenticare per esempio quella dichiarazione («Se avessi tre Pellegrini ne manderei tre in campo»), fatta all'inizio della stagione e che fu una definitiva consacrazione nei confronti di un giocatore che da queste parti non tutti apprezzavano per quello che valeva? Lollo ha capito e ha risposto con una stagione fantastica, cinque i gol in Europa (1 al Trabzonspor nel preliminare, 2 al Cska, uno al Bodø, uno al Leicester), e poi altri otto in campionato per confezionare la sua migliore stagione da quando è tornato a vestire la maglia del suo cuore.

E, infine, vogliamo parlare di Tammy nostro? Chissà cosa staranno pensando al Chelsea (anche se da quelle parti di questi tempi hanno altri problemi da risolvere). Ad Abraham Mou gli ha detto vai, gioca e segna. Il ragazzo ha risposto come meglio non avrebbe potuto, venticinque gol, quindici in campionato, nove in Europa: dopo quelli al Cska e allo Zorya (sei equamente divisi), quello al Vitesse al tramonto della partita dell'Olimpico, quello al Bodø ad aprire la quaterna rifilata ai norvegesi nella partita di ritorno, è arrivata pure la ciliegiona di quella capocciata contro il Leicester a santificare la qualificazione alla finale di Tirana. Il tutto accompagnato da un'immediata e crescente empatia con una tifoseria che dal primo giorno ha capito che Tammy era l'uomo giusto al posto giusto. E' stato così. Anche se Mourinho continua a chiedergli sempre di più, «perché lo può fare». Non abbiamo dubbi che sia così. Tammy ha una partita, il venticinque maggio, per fargli capire di aver capito.