Visto che la proprietà transitiva non funziona nel calcio è perfettamente inutile cercare spunti utili ad intuire quale sarà lo sviluppo della partita di giovedì sera tra Roma e Leicester prendendo come punto di riferimento le sfide giocate dalle due rivali in questo turno di campionato. Entrambe hanno faticato, gli inglesi perdendo malamente in casa del Tottenham, con nove giocatori diversi schierati rispetto alla formazione messa in campo al King Power Stadium, i giallorossi pareggiando in casa con il Bologna con appena sei giocatori diversi rispetto la coppa. Ciò che sicuramente sarà diverso saranno gli stimoli mentali. Chi pensa che basti volerlo per poter avere le motivazioni sempre al massimo non riesce neanche ad immaginare quale macchina fantastica sia il nostro cervello quando sprigiona tutte quelle sostanze che contribuiscono a formare i nostri stati emotivi.

Nonostante l'orario simile e persino la cornice (giovedì, come domenica, si giocherà di sera di fronte a 65.000 persone), il batticuore che avranno i giocatori in campo non è neanche lontanamente paragonabile a quello che è stato provato con la squadra di Mihajlovic. I più severi censori possono farne una colpa ai giocatori o all'allenatore, ma se qualcuno pensa che la Roma che ha perso 2-1 a Bodø sia la stessa che ha vinto 4-0 nella gara di ritorno davvero sottovaluta le sensibilità dell'animo umano. L'Olimpico sarà talmente un fattore - e non è detto che lo sia in positivo, sia chiaro - che ogni valutazione tattica ipotizzabile in fase di presentazione della partita potrebbe essere suscettibile di cambiamenti/rivoluzionamenti proprio in virtù o a causa della risposta emotiva delle due squadre in campo. E se c'è una garanzia è proprio il valore aggiunto garantito da Mourinho.

Magari a tutti non piacciono i riferimenti polemici che fa l'allenatore a fine partita a caccia di alibi, ma Mou sfugge anche alle più elementari considerazioni psicologiche che riguardano il 99% dei suoi colleghi. Chi avrebbe il coraggio di dire, senza scadere nel ridicolo, «sono i giocatori che devono salire al mio livello, non posso essere io a scendere al loro»? Chi si potrebbe permettere di parlare continuamente degli arbitri ben sapendo quanto sia pericoloso per una squadra autorizzare l'accantonamento della scorta degli alibi? Ma nella sua testa, evidentemente, alla squadra giallorossa serve "sporcarsi" un po'. Sia come sia, per come stanno andando le cose non si può certo dire che non sia riuscito nel compito di costruire una squadra in grado quantomeno di competere: da 31 anni in qua, la Roma non è mai stata così vicina ad una finale europea.

Al penultimo atto finale di una competizione europea la Roma è arrivata per la prima volta sapendo di non essere inferiore all'avversario, non tanto per convinzione tecnica, quanto per consapevolezza mentale. Certo, il Barcellona prima e il Liverpool poi erano sicuramente squadre decisamente più forti di questo Leicester, ma tutto va in proporzione, anche la Roma di Di Francesco era tecnicamente molto più forte di questa, e quella dello scorso anno sapeva forse di aver persino osato troppo arrivando al cospetto del Manchester United in semifinale. Adesso no. Adesso i giocatori sono scesi in campo all'andata convinti di poter vincere, e di sicuro non ce n'è uno che giovedì scenderà in campo col pensiero di non potercela fare.

La brutta gara col Bologna

E allora torniamo alla partita con il Bologna, una brutta partita come l'ha definita lo stesso Mourinho, e come possono confermare tutti i dati statistici che potete leggere a fianco. Addirittura guardando il dato degli expected goal, del possesso palla e del numero di passaggi si può pensare che il Bologna abbia gestito la partita più di quanto non abbia fatto la Roma. In realtà non è così, la Roma ha fatto di più del Bologna anche se alla fine ha lasciato qualcosa nel tentativo di portare a casa i tre punti. Ma anche stavolta, e sono ormai quattro mesi che accade (proprio da quel giorno in cui Mourinho disse di non voler scendere a livello dei suoi giocatori ma di aspettare loro il tempo necessario per salire al suo, frase che regalò agli archivi alla fine della clamorosa sconfitta contro la Juventus), la Roma ha dato la sensazione di poter controllare agevolmente la gara. È stata in ogni caso una partita quieta e anche metaforicamente l'idea che giovedì possa scatenarsi una tempesta riconduce tutti ad una visione letteraria della stagione della Roma che ha in Mourinho il romanziere in grado di ribaltare il destino a forza di colpi di scena.

Mou dentro o fuori

Che partita dovrà giocare la Roma dal punto di vista tattico? Quella di Brendan Rogers è una formazione forte ma che non specula sulle difficoltà dell'avversario. Questa è in assoluto una virtù ma in alcune gare, soprattutto quelle da dentro o fuori, può diventare un limite. Chi vuole passare il turno deve vincere, per farlo bisognerà attaccare, la Roma all'Olimpico ha dimostrato di saperlo fare praticamente contro tutte le squadre che ha affrontato con l'eccezione dell'Inter, nel giorno della peggiore prestazione della stagione. Ma erano ancora i tempi in cui la squadra alternava buone prestazioni ad (allora) incomprensibili blackout.

Oggi quella squadra non c'è più. Oggi c'è una squadra che può anche perdere una partita, le è capitato due volte ancora con l'Inter e una con i norvegesi del Bodø, ma senza mai trasmettere quel senso di precarietà che si percepiva allora. E se attaccata, difende bene e può far davvero male nelle transizioni sempre molto verticali. Ci sono poi dei giocatori simbolo che certificano la bontà del percorso compiuto. Gente come Karsdorp, Zalewski, Ibañez, Cristante, Pellegrini ed Abraham sono uno spot vivente per spiegare il lavoro di Mourinho. E per quanto riguarda la preparazione della partita lo Special One non cambierà la sua strategia. Andare in vantaggio indirizzerà la qualificazione, andare sopra di due gol significherà quasi missione compiuta.

Cristante e le palle inattive

E attenzione ai calci piazzati. Come volevasi dimostrare, Conte, uno che studia bene gli avversari, ha colpito domenica il Leicester su uno dei suoi punti deboli: i calci d'angolo tirati sul primo palo con blocco a liberare il saltatore. Così Kane ha sbloccato il risultato: alla squadra di Rodgers è già capitato 12 volte in questa stagione. È esattamente il punto preferito da Cristante per colpire le difese avversarie che non marcano con la giusta attenzione. Può essere un fattore.