In quattro, vantano 241 gare totali in nazionale, 349 in ambito europeo (tra Champions, Europa League e Conference) e la bellezza di 44 trofei, in fila per 6 col resto di 2. Sono i numeri di Rui Patricio, Chris Smalling, Sergio Oliveira e Henrikh Mkhitaryan, citati in rigoroso ordine di ruolo: Mourinho riparte (anche) da loro per dare spessore internazionale a una Roma che, almeno nella prima parte di stagione, ha dimostrato di peccare di esperienza e personalità. Perché la rosa è giovane anche in alcuni dei suoi elementi di maggiore spicco (Pellegrini, Abraham, Mancini e Zaniolo, ad esempio, sono tutti al di sotto dei 26 anni) e inevitabilmente si ritrova a volte a pagare lo scotto dell'inesperienza. Ma, affiancando a questi talenti il carattere e la leadership di alcuni "decani", il mix può rivelarsi efficace. La rincorsa a un piazzamento europeo passa anche da loro quattro, che in ambito continentale hanno fatto spesso e volentieri la differenza.


Henrikh

Basti pensare a Mkhitaryan: 95 gare (e 32 gol) con la nazionale armena, di cui è capitano; nelle coppe europee ha collezionato 119 presenze, portandosi a casa (con un gol in finale) l'Europa League con il Manchester United, proprio sotto la guida di José Mourinho. Da globetrotter qual è, ha vinto più o meno dappertutto, dall'Armenia alla Germania, passando per l'Ucraina e l'Inghilterra: 21 i trofei collezionati dal numero 77, che nella prima parte di stagione ha reso al di sotto delle aspettative, ma che nelle prime gare del nuovo anno sembra aver ritrovato lo smalto di un tempo. È un jolly per l'attacco, in grado di ricoprire più o meno tutte le posizioni del reparto offensivo, e all'occorrenza può essere schierato da mezzala (cosa che Mou ha fatto, quando è passato al 3-5-2). Per ora ha messo a referto 3 gol e 7 assist in 28 partite, ma da un campione del suo calibro ci si aspetta un contributo maggiore.

Chris

Classe 1989 come Micki, Smalling è - al netto dei tanti infortuni patiti nell'ultimo anno - un perno fondamentale per la difesa giallorossa: lo dimostra il fatto che, quando l'inglese era a disposizione, Mou lo ha sempre mandato in campo. Con l'armeno è stato tra i protagonisti del trionfo dei Red Devils in Europa League nel 2017: è uno degli otto trofei conquistati dal numero 6 oltremanica. Ha vestito 31 volte la maglia della nazionale dei Tre Leoni e giocato 80 gare in ambito europeo con i club. Sa dare sicurezza all'intero reparto, e di conseguenza a tutta la squadra, e si sposa alla perfezione con le caratteristiche sia di Mancini, sia di Ibañez: nel caso in cui lo "Special One" dovesse decidere di tornare stabilmente alla difesa a 4, sarà difficile togliergli il posto da titolare.

Rui

A Leiria, sua città natale, c'è una statua che lo ritrae mentre nega il gol a Griezmann nella finale di Euro 2016, vinta proprio dal suo Portogallo. Con i lusitani vanta 102 presenze ed è tuttora il numero uno, è sceso in campo 115 in Europa con le maglie di Sporting Lisbona, Wolverhampton e nel suo palmares ha 7 trofei tra nazionale e club. Fortemente voluto da José Mourinho in estate, si è rivelato spesso decisivo con le sue parate: l'ultima in ordine di tempo su Joao Pedro, nel finale di Roma-Cagliari, ha permesso ai giallorossi di portare a casa i tre punti. Ma c'è il suo zampino (o meglio, i suoi guanti) anche sui successi contro Trabzonspor, Sassuolo e Cagliari all'andata. Dopo anni di porta insicura, con il trentatreenne la Roma può dormire sonni tranquilli. Del resto, chiunque voglia ambire a rendere più solida la difesa, deve necessariamente partire da un buon portiere, checché se ne dica.


Sergio

Non poteva presentarsi meglio: appena sbarcato, si è conquistato e ha trasformato il rigore della vittoria con il Cagliari al debutto assoluto con la Roma. Non contento, sette giorni dopo si è ripetuto, andando a segno a Empoli (dove ha servito anche un assist). Impatto devastante, quello di Oliveira, che Mourinho ha sottolineato con parole al miele: «È diverso dagli altri: difficilmente prende una decisione sbagliata e ha un atteggiamento, una mentalità di cui noi abbiamo bisogno». Del resto, al Porto è stato abituato a lottare sempre per vincere. Lo sa la Juve, buttata fuori dalla Champions da una sua doppietta agli ottavi di finale. Era quello che serviva, il rinforzo giusto nel momento giusto. Un rinforzo che incrementa l'esperienza e favorisce la mentalità vincente all'interno di uno spogliatoio che vuole tornare a lottare per traguardi molto importanti