Quarantacinque anni fa, il 16 febbraio 1974, Angelino Cerretti, il mitico massaggiatore che attraversò quasi quaranta anni di storia giallorossa (era nato il 10 marzo 1902) si spegneva a Roma, circondato dall'affetto dei suoi cari, la moglie Milena e i figli Giancarlo e Gaetano. Angelino non era stato colto impreparato dalla fine, anzi, aveva preparato la sua uscita di scena con cura meticolosa. Suo figlio Giancarlo, un pomeriggio, si era sentito prendere per un braccio e portare all'armadio e lì, asciutto e con tono misurato, il genitore gli aveva detto: «Oh, quanno sarà me metti questa, intesi?». E così facendo gli aveva mostrato la divisa sociale della Roma, con la Lupa sul petto. Persino il tragitto della sua ultima passeggiata lo aveva visto come regista assoluto. Cerimonia funebre a Testaccio, a Santa Maria Liberatrice, per poi far transitare il feretro attorno al perimetro di Campo Testaccio, il luogo fisico dove aveva lasciato il cuore, anche perché proprio in quei metri quadrati era avvenuto l'incontro con la sua futura moglie, all'epoca maestra elementare. Il feretro venne portato fuori dalla chiesa, a spalle, da Amos Cardarelli e da Giancarlo De Sisti che tornò da Firenze appositamente.

Una presenza costante

Se devo pensare a una costante nella storia della Roma, una delle più notevoli è proprio la presenza di quest'uomo, umile e leggendario allo stesso tempo. Angelino iniziò nella Roma di Attilio Ferraris e la lasciò, nel settore giovanile, massaggiando i muscoli di Agostino Di Bartolomei. È stato come una capsula del tempo a cielo aperto, in grado di testimoniare, anzi di "dettare" lo stile della Roma. Tanto per far capire la statura del personaggio, c'è da dire che Ermes Borsetti mi raccontò che, su proposta sua e di Fulvio Bernardini, negli ultimi anni di Testaccio, la squadra chiese che per le vittorie anche Angelino partecipasse alla divisione del premio partita. Amadei, di rimando, accarezzandosi la gamba, ricordava di quando, dopo la micidiale bastonata subita nel derby del 16 novembre 1947 da Sandro Ferri (che non gli impedì di segnare il gol della vittoria ma che gli lasciò la frattura dell'apofisi della quinta vertebra lombare), finiti i quindici giorni di gesso, «solo Angelino riuscì a rimettermi in piedi. Veniva a Frascati, tutti i giorni e mi faceva i massaggi mentre ero immerso nella vasca». Proseguo acchiappando i ricordi che mi arrivano addosso disordinatamente, cercando solo di metterli in una fila cronologicamente coerente, ed eccomi ad Alberto Orlando: «È stato un padre per tutti noi. Non era solo un discorso professionale, era un maestro di vita, una persona che ti trasmetteva valori e ti indicava la giusta direzione. Un aneddoto? Beh, ne ho un milione. Direi che ho ancora nelle orecchie le sue grida quando nello spogliatoio vedeva che qualcuno aveva fatto cadere a terra la maglia giallorossa. Era una cosa che non ammetteva, e dopo un po' tutti noi ci adeguavamo: abbiamo iniziato a capire che quella non era solo un capo d'abbigliamento, che dentro c'era lo spirito di chi ci aveva preceduto. E Angelino quelli che ci aveva preceduto, li aveva conosciuti tutti». Luciano Giudo, dice che Cerretti, «massaggiava con gli occhi», e questo, aggiungiamo noi, incuteva un rispetto sacro a tutti i giovani giallorossi. A Testaccio il suo stanzino dei massaggi era un luogo da venerare, cui si accedeva solo con grande cautela. Negli Anni 60 Roberto Negrisolo, poi preparatore dei portieri con Fabio Capello nella Roma del terzo scudetto, racconta come considerasse un grande onore che Angelino, lo ammettesse ad aiutarlo a pulire e a lucidare gli scarpini dei giocatori di prima squadra: «A fine anno me ne regalò un paio di Pestrin e fu una festa».

Sin dalla fondazione

Scelto direttamente da Italo Foschi, al momento della fondazione, Cerretti restò al suo posto senza scricchiolii di sorta sino al 24 luglio 1965, quando Il Corriere dello Sport pubblico per la prima volta la notizia di un suo possibile avvicendamento dalla prima squadra. Quando l'indomani Franco Ferrara lo intervistò per chiedergliene conto, Angelino disse semplicemente: «Me dovrebbero da' armeno la seconda squadra, i boys, i pulcini … insomma armeno un pezzettino de Roma. Altrimenti mi fanno piangere». In realtà restò al suo posto sino al derby del 10 ottobre 1965 (anche se la lettera di collocamento a riposo dalla prima squadra è datata 23 dicembre 1965), quando per l'ultima volta scese sul campo a fianco della Roma. Il 15 ottobre, quando la squadra partì per la trasferta di Torino, Angelino non c'era più. Gli venne affidato il ruolo di «sovraintendente dei campi della Roma». Inutile dire che per lui fu un dolore enorme. Insistette perché, più che il ruolo di «sovraintendente», gli venisse assegnato quel «pezzettino di Roma» che aveva profeticamente reclamato mesi prima.

Il ritorno... col futuro Capitano

Il 28 ottobre gli venne consegnata una medaglia d'oro in una cerimonia che vide anche la premiazione di Losi, Carpanesi e Cudicini… ma Angelino non cercava medaglie. Tornò sul campo (possiamo dirlo?Senza ricevere neanche un rimborso spese) e nell'aprile 1968 venne aggregato alla Primavera per il Torneo di Viareggio. Due anni dopo era ancora nei quadri societari e il 16 marzo 1970 il periodico Record pubblicò una sua foto assieme a un ragazzo di belle speranze, tale Agostino Di Bartolomei, capitano della formazione Allievi che aveva sbaragliato il girone M del Campionato di categoria. Angelino in quell'immagine è in piedi e Di Bartolomei è accosciato proprio vicino a lui: è questo il modo che ci piace di più per chiudere il cerchio. Nel marzo 1982, Fulvio Bernardini, firmando un saluto per il vademecum del sesto Torneo Angelino Cerretti, scriveva: «Chi non ha conosciuto Angelino Cerretti ha perduto una grande occasione di conoscere un grand'uomo, nel senso che non si nasce grandi per diritto di famiglia, ma lo si diventa per le opere che si compiono durante gli anni in cui si vive.

Cosa ha fatto Angelino Cerretti? Ha costruito dighe e Piramidi, ha creato imperi territoriali ed economici? No, ma ha fatto ancor di più, è stato implacabile nel suo lavoro, ha creato una famiglia modello, è stato onesto ed ha voluto che fossero com'egli i suoi. Nella sua attività di lavoro aveva a che fare con giovanotti scherzosi, quasi tutti cittadini romani, di una Roma oggi sparita che era in chiave "Pasquino" e quindi propensa alle battute feroci, ma Angelino era all'altezza e finiva sempre per vincere. Angelino uomo scelto tra i molti pretendenti e nessuno si pente mai di averlo scelto. Era il periodo della grande fusione dei vari sodalizi calcistici romani e c'era ressa di pretendenti. Cerretti vide passare decine di allenatori ma lui era sempre lì al suo posto a medicare le ferite: massaggiare i muscoli dei suoi eroi Giallorossi. Il lavoro non era leggero e aveva a che fare con giovanotti che quando perdevano diventavano "giovinastri", ma Angelino aveva per ognuno di noi la battuta giusta e la pace in famiglia ritornava anche col supporto di "Zi Checco" e della "Sora Angelica". Angelino Cerretti non è più tra noi, ma la vita lo riporta tra noi tutti gli anni alla stessa data, e ci lascia poi con un arrivederci. Ciao Angelino».