Basta vedere l'esultanza al gol del pari di Zaniolo, per rendersi conto di quanto fosse mancato Daniele De Rossi alla Roma. La grinta che mostra quando corre ad abbracciare il numero 22, il suo carisma in mezzo al campo, le sue coperture difensive, le verticalizzazioni e le aperture verso gli esterni ieri sera sono state quelle dei giorni migliori. Tanto da far dubitare chiunque sulla veridicità della sua carta d'identità, che recita 35 anni ormai da qualche mese. Eppure contro il Milan ha avuto la lucidità di un ragazzino, pur avendo disputato i primi novanta minuti da quattro mesi a questa parte. L'ultima volta in cui Daniele era rimasto in campo fino al termine della partita risale infatti al 6 ottobre scorso, nella vittoria esterna di Empoli.

È tornato titolare contro il Milan a più di tre mesi da quel 28 ottobre in cui la Roma stava ben figurando a Napoli. Poi l'infortunio che lo aveva costretto a uscire prima dell'intervallo e i giallorossi nella ripresa a malapena riuscivano a mettere la testa fuori dalla propria metà campo. Da quel giorno in poi, tanto lavoro a Trigoria tra terapie, palestra, allenamenti individuali prima e in gruppo poi. In testa il solo obiettivo di tornare a guidare i suoi compagni in campo, a maggior ragione in una stagione complessa come quella che la Roma sta vivendo. A Firenze, nonostante il risultato fosse già segnato, non si è tirato indietro ed è entrato in campo per l'ultimo quarto d'ora. Perché ogni Capitano degno di questo nome non abbandonerà mai la sua nave. Men che meno quando questa è pericolosamente vicina ad affondare.

Ieri ha preso per mano la squadra fin dal primo minuto. Un colpo all'occhio di Piatek in avvio di gara lo ha messo ko per un paio di minuti. Giusto il tempo di rimettere a fuoco il campo, e De Rossi si è letteralmente caricato sulle spalle la squadra. Anche stavolta c'è stato da soffrire, con gli avversari in vantaggio al primo (e unico) affondo, ma stavolta i giallorossi hanno reagito sul campo. Guidati da un Daniele fondamentale nella zona nevralgica del campo: la sua capacità di chiudere le verticalizzazioni avversarie, l'essere un costante punto di riferimento per i difensori centrali in fase di impostazione, la personalità e la grinta sfoderate contro i rossoneri sono mancate eccome, alla squadra di Di Francesco. Daniele, per l'ennesima volta, ha raccolto le inevitabili responsabilità che i due ruoli di mediano e capitano inevitabilmente richiedono. Senza tirarsi indietro, anzi. Mettendoci la faccia e la gamba, sempre e comunque. Anche di fronte a un centrocampo fisico come quello composto da Kessié e Bakayoko, Ddr ha giganteggiato.

Perché come dice quella celebre battuta di Belushi: «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». E il gioco, dopo il devastante ko di Firenze, si è fatto molto duro. C'è un quarto posto da conquistare con le unghie e con i denti, oltre a un ottavo di Champions League da giocare. La stagione è ancora lunga, ma ora la truppa giallorossa sa che può contare sul proprio capitano. In campo, con la fascia al braccio e il 16 sulle spalle. Del resto per uscire da una tempesta c'è bisogno di un capitano e di un faro: Daniele è entrambi.