Se n'è andato con la prima neve dell'inverno sulle colline che guardano Firenze Egisto Pandolfini, che tra un paio di settimane avrebbe compiuto 93 anni. Quattro stagioni alla Roma, dal '52 al '56, due Mondiali con l'Italia (Brasile 1950 e Svizzera 1954, andando a segno in entrambi), una lunga storia d'amore - proseguita anche dopo, come allenatore delle giovanili, dirigente e osservatore - con la Fiorentina. Che però, dopo averlo cresciuto nelle giovanili e mandato a farsi le ossa a Empoli, commise l'errore di cederlo alla Spal del mitico presidente Paolo Mazza, quello passato alla storia per essersi andato a prendere in riva all'Isonzo un giovanissimo Fabio Capello, poi rivenduto a peso d'oro proprio alla Roma. Pure con Pandolfini fece quello che un tempo si sarebbe chiamato affare e oggi plusvalenza: da centrocampista divenne capocannoniere della serie B e i viola, che lo avevano ceduto nel 1947, se lo ripresero un anno dopo, a 22 anni.

Lo stesso errore lo fece la Roma, che lo ingaggiò 26enne e Nazionale, all'apice della carriera: quattro anni dopo supplicò il presidente Sacerdoti di farlo rimanere, che ormai si sentiva uno dei nostri, dicendosi disposto a partire riserva e conquistarsi il posto sul campo, ma l'Inter aveva presentato un'offerta allettante, la Roma pensava che ormai il suo campione, peraltro rientrato dopo un brutto infortunio, avesse ormai imboccato la china discendente, e chiuse l'affare. Ma Egisto Pandolfini non era finito: dopo due anni in nerazzurro fece ancora in tempo a tornare alla Spal, e salvarla dalla serie B. C'erano due stendardi viola ieri mattina nella chiesa di San Martino a Gangalandi, nella sua Lastra a Signa, il sindaco, il direttore del Museo del Calcio di Coverciano, il figlio di Ferruccio Valcareggi e un commosso Giancarlo Antognoni, con pochissima voglia di parlare. «È stato lui a volermi e portarmi alla Fiorentina. Era un esempio per tutti, e una persona perbene». Sulla bara una maglia azzurra col numero 8.