Dieci, dei ragazzi convocati da Pioli per la gara di ieri, erano a Udine quel maledetto 4 marzo di 11 mesi fa, quando Davide Astori non si svegliò, e se ne accorsero perché non lo videro a colazione, lui che non tardava mai agli appuntamenti. Non è una settimana come tutte le altre per loro, perché domenica la Fiorentina sarà di nuovo a Udine, nello stesso albergo di allora. E il pensiero del Capitano, che non li lascia mai – il centro sportivo alle spalle dell'Artemio Franchi, dove si allenano tutti i giorni, ora porta il suo nome – tornerà a farsi sentire, dopo l'euforia per la roboante vittoria di ieri. In cui, come sempre, il centrale che giocò un anno nella Roma prima di sbarcare a Firenze, è stato ricordato dagli ex compagni: dopo 7', appena segnato il primo gol, Federico Chiesa ha esultato mostrando con le dita l'1 e il 3, componendo il suo numero di maglia. Non lo aveva mai fatto prima di domenica: anche allora, contro il Chievo, solo per la prima segnatura.

Lo ha rifatto di nuovo a fine partita, dopo la standing ovation ricevuta a 13' dalla fine, al termine della serata forse più entusiasmante della sua giovane carriera: gli dicevano «bravo, ma segna ancora poco», ne ha fatti 5 in 4 giorni, e magari avrebbe potuto andare avanti se Pioli non lo avesse tolto, per inserire l'ex romanista Gerson, finito un po' indietro nelle gerarchie rispetto a inizio stagione. C'era l'osservatore del Manchester United ieri all'Artemio Franchi, chissà se era venuto per il piccolo Chiesa o per qualcuno dei romanisti - di Lorenzo Pellegrini si parla da tempo - di certo a Firenze qualcuno faceva dell'ironia amara, di quella che si sente spesso anche dalle nostre parti: «Era meglio se aspettava altri tre giorni, e cominciava a segnare una volta che erachiuso il mercato...».

Per Davide

Al Franchi, quando la Fiorentina gioca in casa, lo speaker legge gli undici titolari, e poi aggiunge, a voce ancora più alta. «E come sempre, con noi, il nostro capitano, Davide...», lasciando che sia il pubblico a urlare il cognome. Lo stendardo con «Astori 13» era piazzato proprio al centro della Curva Fiesole, nella metà alta, la più piena, esattamente dietro la porta di Lafont, e ha continuato a sventolare anche quando i giocatori delle due squadre erano già sotto la doccia, e solo pochi dei quasi 2.500 romanisti venuti al Franchi erano ancora al loro posto, increduli, nello spicchio chiamato "formaggino", accanto a una curva lasciata vuota per riempire al massimo quella opposta, in un giorno di pioggia, in uno dei pochi stadi della serie A che ha coperta solo la tribuna.

Quando si gioca al Franchi, i tifosi di casa, tra i più caldi e rumorosi, si zittiscono di colpo al minuto 13, e fa una certa impressione, anche sapendo che sarebbe successo. Ci hanno messo qualche secondo ad accorgersene anche i giallorossi, poi si sono uniti al silenzio. Rotto, dopo un minuto, da un lungo applauso: lo stesso era accaduto a inizio partita, quando era stato ricordato Egisto Pandolfini, ex gloria di entrambe le squadre, venuto a mancare due giorni fa, a 93 anni (oggi ci saranno i funerali, alla Pieve di San Martino a Gangalandi, a Lastra a Signa, che sta a Firenze come Frascati sta a Roma). Anche lui, come Astori, ha unito per qualche secondo i tifosi viola e i giallorossi: poi sono ricominciati i soliti cori, quelli di sempre, e lo sfottò goliardico nato qualche anno fa in una goleada contro l'Inter: «Il pallone è quello giallo, il pallone è quello giallo...».