Se tutto il mondo è paese, c'è chi non si piega alle sue storture. Lontano da telecamere, spot glamour con testimonial d'eccezione, patch sulle maglie e tutto il corredo molto formale e poco sostanziale di rifiuto del razzismo che accompagna il calcio che conta. Perché intolleranza fa sempre rima con ignoranza ed entrambe si insinuano ovunque, anche (a volte soprattutto) nei campi di periferia. Ma pochi ne vengono a conoscenza. Così succede che al "Fiorini" di via Costantino, zona Tre Fontane, in una qualsiasi domenica novembrina, una partita di Prima Categoria si possa trasformare nell'ennesimo episodio di disprezzo delle diversità. Nella gara fra Vittoria Roma e Saxa Flaminia Labaro, un normale contrasto di gioco innesca la miccia. Vittima uno degli attaccanti del Vittoria, un venticinquenne originario della Nuova Guinea. «Negro di m...a», gli urla l'autore del fallo, dopo il cartellino sventolato dall'arbitro. Da lì il parapiglia. I compagni del ragazzo africano si scagliano contro l'avversario, ne nasce una rissa sedata dalle altre sanzioni del direttore di gara: capitano e vice-capitano della squadra di casa sono costretti a raggiungere anzitempo gli spogliatoi. L'ulteriore beffa per il Vittoria arriva in pieno recupero: i sette minuti decretati si allungano ancora e oltre l'ottavo il momentaneo pari diventa 1-2. La coda amara di una giornata già al fiele scatena l'ira del portiere, che nel frattempo ha ereditato la fascia. Il numero uno la lancia in direzione dell'arbitro insieme ai guanti e anche per lui scatta il rosso. La ridda di sanzioni non si ferma e investe perfino l'allenatore. Gli stessi provvedimenti disciplinari lasciano il segno: tre giornate al capitano del Vittoria, una ai suoi vice, ma ben sei all'autore degli insulti razzisti.

Dal suo comportamento si dissocia la società di appartenenza, che rivolge le proprie scuse al presidente del Vittoria. Ma la ferita emotiva sul ragazzo resta: per una settimana preferisce non allenarsi. Non riesce a capacitarsi dell'accaduto, J.: nessuno può, nessuno deve. Per lui che è stato il bersaglio diretto di un gesto tanto odioso, l'assurdità dell'offesa è amplificata. Tanto più che per J. l'Italia è casa. Ci vive da otto anni, studia per intraprendere la carriera diplomatica e nel tempo lasciato libero dall'impegno universitario si dedica al pallone: dall'anno successivo all'arrivo nella Capitale è un giocatore del Vittoria Roma. Esempio fulgido d'integrazione. Talmente considerato uno di famiglia dall'intero club, che in seguito all'increscioso episodio i ragazzi delle squadre giovanili si sono dipinti una riga nera sul viso, in segno di vicinanza al compagno più grande. Se il no al razzismo deciso e senza remore parte dai più piccoli, c'è maggiore speranza che le nuove generazioni ne siano immuni, o quantomeno diventino depositarie dell'antidoto. E può diventare determinante anche il supporto di un club impegnato nel sociale come il Vittoria, che non a caso vanta fra i suoi simpatizzanti anche il romanista El Shaarawy e gli altri ex giallorossi Dzeko e Florenzi. Dalla collaborazione con la onlus "Asilo Savoia" per aiutare genitori in difficoltà economiche; alla presa in carico delle spese sportive dei ragazzi senza genitori; alla raccolta e distribuzione per Natale di giocattoli destinati a figli di madri sole e case famiglia, insieme con Trastevere e Fortitudo, eredi delle squadre che hanno forgiato Totti. Il meglio del calcio cosiddetto minore è condensato qui.