Se pensi che sono passati 40 anni non ci credi. Ma non tanto per la storia che sembra ieri quando da ragazzini scoprivamo che la Roma potevi sentirla in diretta tv ed era tutto magico, perché in verità quel tempo non sembra ieri, ma un'altra era geologica. Sembra incredibile (e il termine è tutto suo) a vedere Sandro Piccinini perché fisicamente è praticamente uguale: i capelli disegnati con il pennarello, portamento, timbro, piglio sveglio e quella voce che all'alba del monolite degli Anni 80 ci ha raccontato le irruzioni di un sogno tricolore. Altro che epoca dei pionieri, era la nostra epoca da sogno: "In Campo con Roma e Lazio". E ci sentivamo in campo veramente. È stato il primo in tv a urlare il gol e la rete e a metterci dentro prima ancora che le parole i toni dell'incredibile. Poi è stata quasi tutta un'imitazione e una gara a chi urlava o si caratterizzava di più. Aveva un senso farlo all'epoca, forse oggi andrebbero abbassati toni e decibel. Ai tifosi della Roma (sarà ovvio ma è così) è piaciuta la sua posizione su Mourinho assunta a Sky, ma anche quella a schiena dritta in altre circostanze in un circuito mainstream dove è oggettivamente difficile mantenere il punto. Soprattutto se è il tuo. Più o meno da sempre. Con Mou però è stato facile.

Con Mourinho la tua posizione è stata chiara: per Sandro Piccinini quanto è "ccezionale"?
«Non rispondo per me, bisogna partire dai dati oggettivi: ha vinto 25 trofei, ma soprattutto li ha vinti in condizioni, Paesi e situazioni diverse e non sempre con le squadre più forti. Ha vinto le Champions con Porto e Inter che non sono abituate a vincerle tutti gli anni. Simpatico o antipatico, come tecnico non è in discussione. Ma in questo periodo ne ho sentite di tutti i colori».

Perché?
«Fa parte del vizio, particolarmente italiano, di provare un gusto perverso quando un grande è in difficoltà o sembra in difficoltà. Guarda Cristiano Ronaldo: sono 6 anni che sento dire che è finito, poi fa gol al 92' in Champions e tutti sono costretti a ingoiare ancora il rospo, salvo che - quando a 40 anni smetterà – gli stessi diranno: "eh te l'avevo detto io che era finito." ».

Mourinho invece sarebbe bollito.
«Invidie, gelosie. Tutto questo non significa che Mourinho non possa venire criticato. Semplicemente lui, come qualsiasi altro tecnico, dipende dal materiale umano che ha a disposizione. L'allenatore non è un mago come sosteneva Helenio Herrera, ovviamente giocando molto con quel soprannome. L'allenatore può far rendere al massimo quello che ha, ma oggettivamente secondo me la Roma ha 5 squadre davanti come organico: Milan, Inter, Napoli, Juve e Atalanta. La Roma l'anno scorso è arrivata settima a 16 punti dal quarto posto, ha perso Dzeko e Spinazzola. Questa squadra ha diverse lacune tecniche, se non rimedia a gennaio sarà impossibile pensare alla Champions. Nel calcio i miracoli non esistono. Se Guardiola allenasse il Bologna non vincerebbe il campionato, mentre Mihajlovic alla guida del City potrebbe riuscirci. Bisogna essere oggettivi, ma con Mourinho si fa fatica a essere oggettivi».

Il rapporto che ha con i media influenza il giudizio?
«Certo, perché lui non è uno che ammorbidisce i toni anzi spesso li esaspera, però ha sempre un fine, è un grande comunicatore. Mi fa sorridere chi lo critica oggi perché attacca gli arbitri, invece quando era all'Inter e faceva il gesto delle manette tutti lo ritenevano un genio della comunicazione! Oltretutto, poi, dopo fatti oggettivi, perché la Roma onestamente cinque-sei torti grossi li ha subiti. Anzi, ti dirò, Mourinho mi è sembrato anche abbastanza misurato nelle proteste, solo che appena fa una faccia, dice una mezza cosa il giorno dopo ecco i titoloni: "Mourinho furioso". Eppure ha fatto una battuta o ha detto che è meglio se non parla, quelle robe che sono il minimo sindacale quando hai subito torti anche abbastanza vistosi».

Tu ce l'hai il classico aneddoto con lui?
«No, anche perché io personalmente non lo conosco. La discussione con Di Canio in tv nasceva forse proprio dal fatto che lui pensasse che io ero un grande amico di Mourinho e dovessi difenderlo. Io comunque parlavo di dati oggettivi, non era un'opinione, e non bisogna essere ex giocatori per capire che Mourinho quando è tornato al Chelsea ha fatto una semifinale di Champions League e ha rivinto la Premier, poi è andato al Manchester e ha vinto tre trofei. "Eh sì però dopo è stato esonerato". Ma l'esonero non è immediatamente sinonimo di fallimento, perché altrimenti tu dovresti considerare fallimentare l'esperienza di Ranieri a Leicester. L'unica delusione a livello di risultati è stata col Tottenham, ma anche lì è arrivato in una squadra che era 14esima e l'ha portata al sesto posto, e il secondo anno a novembre era primo in classifica. Quindi, se vogliamo parlare di declino di Mourinho, dobbiamo parlare degli ultimi 5 mesi al Tottenham. Però a differenza di quello che succede con i calciatori, che a un certo punto declinano per forza di cose, l'allenatore quando è reduce da un risultato deludente non può che migliorare, perché è un'esperienza in più, è una situazione nuova per lui, è una conoscenza in più che aggiunge anche molto al suo bagaglio. Fa ridere sentire dire che è bollito. Per molti anche Ancelotti a Napoli era bollito, poi arriva il Real Madrid e gli fa tre anni di contratto e probabilmente vincerà la Liga quest'anno…».

Mourinho e Roma, che rapporto è?
«Io non avevo dubbi che sarebbe scoppiato un grande amore… Sicuro. Perché lui è uno vero. Lo vedo ancora quando s'incazza dopo un errore, come vive le cose, quanto sarà stato male questa settimana con la sosta di campionato, lui è ancora uno di quelli con l'anima, lui mette passione e nei tifosi della Roma questa cosa è una scintilla… Ecco perché mi arrabbio quando qualcuno dice: "è distaccato, non è più lui". Ma si vede anche da una qualunque sua espressione in una qualsiasi partita che non è cosi. Lui è Mourinho».

Roma e l'ambiente romano, esiste e se esiste cos'è?
«Quando c'è tanta passione attorno a una squadra ci sono le conseguenze di tutto questo. Mi verrebbe da dire "Le conseguenze dell'amore", per citare Sorrentino. Troppa passione e troppa delusione, ci si esalta e ci si deprime, si estremizza, perché c'è l'amore. Io dico però che può essere un di più, un benefit più che un handicap purché – attenzione – lo si sappia interpretare bene, cioè che il giocatore e l'allenatore ci mettano lo stesso tipo di trasporto. Mourinho lo fa, ecco perché è fatto per la Roma. E io mi auguro che anche alcuni giocatori lo facciano».

Ecco, come hai visto la gestione della rosa e quelle sue dichiarazioni pubbliche riferite a calciatori poi effettivamente esclusi?
«Premettiamo che io non voglio essere acritico con Mourinho: questo è un problema che hanno tutti i grandi allenatori che hanno vinto tanto. Con le medaglie al collo diventi forse meno tollerante. Un discorso che potrebbe valere adesso anche per Allegri, per esempio. Un allenatore che ha avuto quasi sempre a che fare con campioni e con grandi professionisti, quando incontra qualcuno che non si comporta come tale può essere meno indulgente rispetto al passato e quindi reagire in modo più brusco. Detto questo, dico pure che i giocatori ormai, manovrati anche dai procuratori, sembra che abbiano solo diritti senza ricordarsi di avere pure qualche dovere. Il calciatore deve prendersi le sue responsabilità e se gioca una partita schifosa si potrà pure dire che ha giocato male, si potrà pure metterlo fuori per una, due, tre partite. Basta con l'allenatore ruffiano che dice sempre: "No, i miei ragazzi hanno giocato benissimo, sono io a sbagliare tutto". Ricordo che Mourinho di screzi con i giocatori ne ha avuti molti, ma quasi sempre ha ricucito, aspettando il momento opportuno per farlo. Certo quando vinci è facile ricucire, sennò è difficile. Lui in genere queste robe le fa anche e soprattutto per suscitare una reazione. Lo fanno i grandi allenatori».

Il tuo grande allenatore ideale.
«Carlo Ancelotti: ha tutte le doti possibili, ha vissuto tutte le situazioni, ha allenato piccole, grandi, si è imposto in paesi diversi, in situazioni diverse: significa che ha dei numeri. E Mourinho lo stesso, e Guardiola lo stesso. Se vuoi tre nomi ti do questi. Posso aggiungere Klopp».

Nella storia.
«Guarda, tatticamente gli allenatori oggi sono molto più preparati di quelli di prima, a parte qualche eccezione come Rinus Michels, la sua grande Olanda, Lobanovsky e la Dinamo Kiev ,che facevano vedere calcio in anticipo di qualche ventennio. O Sacchi. O pochi altri. Trent'anni fa gli allenatori non erano così preparati, molti hanno vissuto glorie esagerate. Prima ho fatto riferimento a Herrera: aveva una squadra pazzesca, passava per esserne l'artefice ma se tu parlavi con i giocatori che ha avuto, nessuno lo avrebbe definito un mago della tattica. L'allenatore mago vero non esiste. Lo stesso Guardiola in Champions ha preso spesso bastonate. Se guardi l'Albo d'Oro degli ultimi trent'anni di Champions League, forse la squadra più scarsa – dico a livello di singoli – era il Porto di Mourinho: a parte Deco non aveva niente di eccezionale».

A proposito di "eccezionale", il termine della tua semantica che senti più tuo, tra i vari "sciabolata", "non va", "mucchio selvaggio"…: c'è una tua cifra stilistica?
«A me questi termini sono utili per fotografare tante cose in una parola. In telecronaca si parla ancora troppo, io sto cercando da un po' di tempo di essere più essenziale possibile, accompagnare la partita senza sovrastarla. E questi termini aiutano: se io dico "mucchio selvaggio" non ho bisogno di dire "tizio marca Caio, attenzione si forma una marcatura al centro eccetera" … C'è già la seconda voce che fa i commenti, questi termini qui non sono esercizi di stile o di narcisismo, ma per rendere essenziale il racconto».

Piccinini agli esordi televisivi nelle tv romane

La tua telecronaca più bella.
«La finale della Champions 1999 a Barcellona tra Bayern e Manchester United».

La più impegnativa.
«Juve-Milan finale Champions del 2003, era esclusiva Canale 5, noi eravamo la televisione di Fininvest, un po' di pressioni c'erano…».

Quella che ti sarebbe piaciuto fare.
«Una gara di Valentino Rossi. Nel calcio ho fatto 17 finali di Champions, col Mondiale del 2018 mi sono tolto un grande sfizio. Esperienza bellissima anche se non c'era l'Italia. Anzi ti devo dire, l'Italia al Mondiale, l'Italia all'Europeo… non è troppo nelle mie corde, io non riesco proprio a fare il tifoso, neanche durante le telecronache delle squadre italiane. Ovviamente parteggi un po', metti un tono più alto se una squadra italiana segna, ma non è nelle mie corde fare l'ultrà in telecronaca».

Però c'è un apprezzamento abbastanza trasversale.
«Alla lunga si capisce che c'è un'onestà di fondo credo, ma spesso prendo anche critiche eh. Fa parte del gioco».

Il gioco, cioè il lavoro del giornalista sportivo, è più difficile nell'epoca social?
«Molto, molto, molto più difficile. Ringrazio Dio di aver vissuto trent'anni di carriera senza social».

Il tuo maestro.
«Il mio modello era Enrico Ameri, grande radiocronista di "Tutto il Calcio…" e provai a portare il suo stile nelle telecronache. Le sue radiocronache erano palpitanti, come tono, come scandiva i nomi, come ritmo. Mi attirava lo stile e mi piaceva trasmetterlo in telecronaca in un periodo in cui invece le telecronache erano sì professionali, ma molto asettiche o noiose».

In Campo con Roma e Lazio.
«È stata storia. Non c'era niente, la gente non riusciva a sapere niente nemmeno dei risultati dei primi tempi … Fu una rivoluzione tremenda: dopo sei mesi ci seguiva mezza Roma».

Rimasi malissimo quando scoprii che non eri della Roma.
«Da bambino ovviamente seguivo la squadra dove giocava mio papà, poi mi appassionai di Sivori prima che smettesse, a quel punto rimasi un po' così… Poi iniziai a fare il lavoro che faccio adesso».

Da ragazzo il calcio però lo hai giocato.
«Da ragazzo io ho fatto un provino con la Roma di Liedholm, facendomi vivere un giorno da sogno. Avevo perso mio papà a 14 anni, mia mamma, siccome sapeva che il Barone aveva giocato con lui nel Milan, mandò una lettera a Nils che - forse intenerito - mi invitò al Tre Fontane. Feci questo allenamento con la prima squadra, a fine seduta ero contentissimo perché avevo giocato bene, avevo fatto gol, avrò avuto quasi 16 anni e tante speranze in testa, soprattutto in quel momento. Faccio la doccia e arriva Liedholm che mi dice: "Sandro come vai a scuola?"; risposi: "Benissimo", pensando di guadagnare punti ai suoi occhi, lui però mi disse: "Ecco, continua studiare, se tu studi fai bella vita, il calcio è per pochi". Poi mia mamma organizzò un provino con la Lazio che superai, soltanto che dopo pochi mesi di allenamento mi accorsi che c'era gente fortissima, dei fenomeni e io ero bravo tecnicamente ma troppo gracile. Nei primi Anni 70 cominciava a esserci un calcio atletico, sai cogli olandesi… Capivo che mi avrebbero mandato a Latina in Serie C, avrei dovuto fare 4 allenamenti a settimana, io studiavo, allora a un certo punto ho mollato».

Poi è andata bene.
«Sì diciamo che mi sono riciclato nel calcio (ride, ndi)…».

Il giornalismo sportivo oggi.
«Troppo commerciale, troppo attento alla resa immediata, al titolo ad effetto per catturare e vendere l'attenzione. C'è meno voglia di raccontare cose più interessanti, si va dietro il grande nome, la polemica, il gestaccio… Che per carità fa parte del gioco e fa parte del mondo del calcio e del giornalismo, però non dev'essere solo questo. Se tu guardi i grandi giornali alla fine l'80% è gossip, la notizia roboante esagerata, così alla fine si droga un po' tutto. Si è persa la voglia di individuare le cose originali, di andare un po' più a fondo, di lavorare su storie alternative. A me piacciono moltissimo le interviste, sono le poche cose belle che leggo sui giornali. Se qualcuno ha qualcosa di interessante da raccontare non ho bisogno del titolone o della telenovela di Icardi e Wanda Nara... Mi pare si stia un po' esagerando. E mi pare una via senza ritorno».

Con Di Canio hai più parlato di Mourinho?
«Non ci siamo più sentiti, questo mi ha un po' dispiaciuto. Ha detto un paio di cose, insomma, un po' stonate. Mi sarebbe piaciuto che avesse avuto voglia di un chiarimento. Pazienza. Non succede niente, lo conosco da 30 anni, cominciò a fare tv proprio a Controcampo, ma mi è dispiaciuto».

Certo non come quel giorno al Tre Fontane.
«Sono cose diverse. Quel giorno ho vissuto un giorno da sogno».
In campo con Roma e Lazio veramente.