Dal Torino alla Sampdoria passano undici anni: un decennio abbondante di lacrime di gioia e di dolore, di dribbling, di vittorie Mundial e di uno Scudetto riportato a Roma dopo un digiuno troppo lungo, di corse sotto la Sud e di sogni svaniti da un dischetto. Bruno Conti è il giallorosso re di Coppa Italia: nell'arco della sua carriera ne ha vinte cinque, più di chiunque altro nella nostra storia. Sessantaquattro presenze nella competizione (meglio di lui hanno fatto soltanto Giannini e Santarini), condite da sette reti. La prima gioia arriva il 21 novembre 1979 a San Siro, nel 4-0 esterno con cui la Roma di Liedholm travolge il Milan. E prosegue con il calcio di rigore trasformato nella finale contro il Torino del 17 maggio 1980: una trasformazione preziosissima, dopo l'errore iniziale di Giovannelli e con i giallorossi sotto nel punteggio, prima che Tancredi salga sugli scudi per regalare il trofeo ai suoi.

L'anno dopo il bis, ancora contro i granata e ancora ai calci di rigore: Bruno calcia anche stavolta per secondo e batte Terraneo, come aveva già fatto Ancelotti prima di lui. È il 17 giugno 1981, stavolta si fa festa al Comunale perché la formula della finale è cambiata e si gioca andata e ritorno. Un successo che certifica il definitivo salto della Roma, una Roma che pochi giorni prima si è vista letteralmente derubata nello stesso stadio, ma contro la Juventus.

L'apoteosi tricolore è però soltanto rimandata di un paio d'anni, e forse non è un caso che il trionfo tanto atteso arrivi proprio a Genova, dove Bruno ha giocato insieme a Pruzzo, e che la festa della settimana seguente coincida con la partita contro il Torino. Non può essere casuale, perché il destino di Conti è strettamente legato ai granata, contro i quali ha fatto il suo esordio assoluto il 10 febbraio 1974. C'è di mezzo il Toro anche nel terzo successo in Coppa Italia degli Anni 80, che arriva dopo la grande delusione contro il Liverpool. In semifinale Bruno segna sia al Comunale sia all'Olimpico nella doppia semifinale. Quello della gara di ritorno, in particolare, è un perfetto saggio delle sue doti: fuga in velocità e botta al volo in diagonale che non lascia scampo a Terraneo. In finale battiamo il Verona in quella che è l'ultima gara di Agostino Di Bartolomei in maglia giallorossa.

Due anni più tardi, dopo la grande rimonta sfumata in quel maledetto Roma-Lecce, i giallorossi vanno di nuovo all'assalto della Coppa Italia: Conti, convocato da Bearzot per i Mondiali di Messico '86, è costretto a saltare semifinale e finale. La squadra di Eriksson riesce comunque ad eliminare la Fiorentina e a battere la Sampdoria all'ultimo atto: dopo la sconfitta per 2-1 a Marassi, un rigore di Desideri e l'ultima rete di Cerezo in giallorosso ci regalano il sesto trionfo.

Bruno in Curva Sud

Il 1990-91 è la stagione dell'addio al calcio giocato: Ottavio Bianchi gli concede soltanto un centinaio di minuti in Coppa Uefa, perciò Bruno - ormai trentaseienne - decide di appendere gli scarpini al chiodo. Lo fa in un Olimpico stracolmo il 23 maggio, all'indomani della finale di ritorno di Uefa con l'Inter: è il giusto tributo a uno dei più grandi calciatori della nostra storia, che una settimana dopo non lascia da sola la sua Roma. Il 30 maggio 1991 Conti assiste dalla Curva Sud alla finale di Coppa Italia, ancora contro la Sampdoria, fresca vincitrice del campionato. Vinciamo 3-1 grazie ai gol di Bethold e Voeller e all'autorete di Pellegrini. Bruno fa festa con i tifosi, con i suoi fratelli. Perché questo è la Roma: un abbraccio con i tuoi fratelli, un riscatto dopo le lacrime di delusione. Il 9 giugno a Marassi a sollevare la Coppa è Flora Viola, perché nel frattempo l'Ingegnere se n'è andato. È di fatto l'ultimo successo anche per Conti, che però non lascia la Roma. Del resto, non si può mai lasciare il proprio grande amore.