C'è un ex. Pure oggi. Un ex della Roma e di Mourinho. Un ex fantasma per noi, un ex con tanto di coppa al cielo per lo Special One. Sergio Romero, trentaquattro anni, quasi cento partite nella nazionale argentina, due mesi fa arrivato in laguna da svincolato per riscoprire l'effetto che fa giocare nel nostro campionato.

Basta avere un pizzico di memoria per contestare: Romero non ha mai indossato la maglia giallorossa. Giusto. In realtà, anche se per poche settimane, il sudamericano è stato un giocatore della Roma a tutti gli effetti. Basta sempre quel pizzico di memoria di cui sopra, per rammentare. Correva l'anno duemilaundici, la Roma da pochi mesi era passata di mano, il misterioso Di Benedetto presidente, Franco Baldini direttore generale, Luis Enrique al check-in con volo diretto Barcellona-Roma. E Walter Sabatini nel ruolo del direttore sportivo che una ne pensava e cento ne faceva, e la cosa vuole essere un complimento. C'era una squadra da rifare. Sabatini dormiva tre ore per notte, i fusi orari avevano il loro peso nell'insonnia sabatiniana, lavorava su cento tavoli con l'obiettivo di mettere insieme una Roma in grado di far sognare (ci sarebbe riuscito nelle stagioni successive). Si doveva prendere anche un portiere. Di nomi ne circolavano, come ti sbagli, una dozzina. Soprattutto due sembravano i predestinati: Stekelenburg e Romero. Il titolare della nazionale olandese aveva detto subito sì, ma trattare con gli olandesi, in particolare con l'Ajax, anche chi è appassionato di sci sa che tutto è meno che una passeggiata di salute. Sabatina trattava e fumava. Avendo aperti due canali olandesi. Uno, come detto, con i Lancieri, l'altro con l'Az dove da qualche anno si esibiva Romero. Stanco dei continui rilanci dell'Ajax, il ds decise di chiudere per l'argentino. Tre milioni e ottocentomila euro e passa la paura, Romero è un portiere della Roma, accordo fatto, contratti firmati. Ufficiosamente, però. Perché i Lancieri che quando c'è da incassare non sono secondi a nessuno, fecero recapitare messaggi del tipo, «siamo pronti a darvi Stekelenburg» (che poi come ricorderete non è che fu un successo). Trattativa riaperta. Trattativa conclusa sulla base di sei milioni e trecentomila euro più una serie di bonus. Era il portiere vice campione del mondo, un nome importante, una (presunta) garanzia da mettere tra i pali della Roma di Lucho. Solo che c'era il problema di Romero. Nel senso che ci facciamo dell'argentino? E' il titolare dell'Argentina, mica possiamo dirgli di venire qui a fare il dodicesimo. E allora Sabatini mise in piedi una delle prime operazioni da gatto maculato da direttore sportivo della Roma. Vendette, il tutto ufficiosamente, il contratto di acquisto dell'argentino alla Sampdoria. Alle stesse identiche condizioni, conservandosi solo un diritto di futuro riacquisto, mai concretizzato.

Sotto la Lanterna, con una puntata di un anno al Moncaco, l'argentino è rimasto per tre stagioni. Fino all'estate del duemilquindici. Quando non ebbe troppi dubbi a dire sì all'offerta che gli era arrivata dal Manchester United che stava cercando un portiere garantito da mettere alle spalle di De Gea. L'anno dopo, poi, l'incrocio con Josè Mourinho. Ingaggiato dall'United per provare a tornare a vincere qualcosa (e tre coppe da quelle parti il portoghese le ha comunque vinte). Lo Special One in porta rispettò le gerarchie, ma Romero lo promosse titolare per le coppe. Così nella finale di Europa League contro l'Ajax tra i pali dei Red Devils si presentò l'argentino. Gli inglesi fecero due gol (uno di Mkhitaryan su assist di Smalling), Romero non ne prese nessuno, coppa al cielo per l'United, Mourinho e l'argentino. Oggi si ritroveranno uno contro l'altro. E speriamo che non valga la legge dell'ex.