Undici partite di campionato e cinque di Conference League hanno prodotto soltanto un pareggio. Quello contro il Napoli, lo scorso 24 ottobre all'Olimpico. Roma da prendere o lasciare; Roma senza mezzi termini, dentro o fuori, bianco o nero. E il dato, rapportato alle sedici gare ufficiali della stagione, non può (più) essere casuale. C'è un nesso, ci deve essere per forza, tra la capacità di vincere e l'incapacità di non perdere: forse è una questione di equilibrio, mettendo dentro il ragionamento l'aspetto tecnico, tattico e mentale di ogni prestazione (e di ogni prestazione dei singoli). Proviamo a ipotizzare. La Roma che non pareggia (quasi) mai è una squadra che ha pregi direttamente proporzionali ai propri difetti? Forse. Chissà.

Le sedici partite stagionali l'hanno vista vincere dieci volte e perdere cinque: le vittorie sono state il doppio delle sconfitte, e in questo rendimento avrà influito sicuramente il valore degli avversari affrontati. Solo un fattore "esterno", però? La Roma in campionato ha perso quattro volte e per quattro volte ha chinato il capo con il minimo scarto. Questo significa che tutte le volte che ha perso il pareggio è stato vicino. I numeri, in sostanza, ci dicono che non è mai stata travolta, cosa accaduta invece in casa del Bodo. Forse un'eccezione (vistosa, orribile, vergognosa), vista la regola. E quando ha vinto, la squadra di Josè Mourinho in tre occasioni su sei – in campionato - l'ha fatto sfruttando il vantaggio minimo (Sassuolo, Udinese e Cagliari). Dato da tenere a mente pure questo.

Prima riflessione globale: la Roma è squadra ancora in fase di costruzione, non ha un volto definito e non è chiaro - numeri alla mano – quale sia il suo reale valore. E, allora, torna in ballo l'assenza di equilibrio per interpretare la rarità dei pareggi. Tutto dovrà fare, però, stasera la Roma contro il Bodo tranne che pareggiare. E non soltanto per vendicare (impossibile farlo in assoluto, però) la sconfitta della partita d'andata. I giallorossi hanno bisogno di vincere, di tornare in cima al gruppo europeo anche per affrontare i prossimi due impegni di Conference con la serenità smarrita nella incredibile notte norvegese. E c'è bisogno di un successo pure per arginare la sempre più dilagante onda negativa che accompagna (e non da oggi...) il lavoro di Mourinho. Siamo arrivati, ormai, al punto che si nega l'evidenza dei numeri, che per quanto riguarda la Roma non sono assoluti ma relativi. O interpretabili. Nel campionato italiano ci sono tre allenatori, Spalletti, Pioli e Inzaghi, che finora hanno fatto meglio di Josè, ma a giudicare dalla narrazione che accompagna la Roma sembra che il portoghese sia l'ultimo degli ultimi. Non ha azzeccato tutto, è evidente, ma non ha neppure toppato ogni cosa. Prenderne atto è così complicato?
Del futuro non v'è certezza, si sa, ma il presente è a prova di smentita. O no? Daje.