Basta una parola. La Parola. Maiuscola per eccellenza. Roma. Quattro lettere, un amore, un lungo brivido in fondo al cuore: lo ha scritto chi ne ha sublimato l'onda emotiva, dove tutto viene vissuto col massimo dell'emozione. Anche (soprattutto) un inno. Basta il potere evocativo, la suggestione del nome, il rimando a note magiche prima di inseguire un gol. Domenica 3 ottobre 2021, da pochi istanti sono scoccate le ore 18: lo speaker dello stadio Olimpico ha appena il tempo di intonare la prima delle note, impreziosita proprio da «Roma», e subito «da ‘sta voce parte un coro». Perché nulla è per caso in questo caso, nemmeno il testo del secondo inno più bello del mondo secondo France Football (ma il primo non nasce inno calcistico, quindi...), che delle classifiche ha fatto una ragione di vita. Quella dei romanisti è il sostegno alla propria squadra, se necessario (molto spesso) contro tutto e tutti. E la grossolana imposizione della Lega incarna l'archetipo dell'angheria, coercizione più insensata perché priva di ogni logica e respinta a più riprese e a furor di popolo. Tutto, non soltanto quello romanista, che pure già basterebbe di gran lunga. Contestato a ogni latitudine, salutato (si fa per dire) in ogni stadio da selve di fischi. "O generosa" è stato fin troppo generosamente diffuso su ogni campo della Serie A per sei stagioni e in ognuna delle 185 giornate con pubblico sugli spalti sonoramente bocciato. Con quello della Champions si è pescato il jolly, tutti gli altri sono evidenti surrogati malriusciti, che per qualche arcano motivo provano a sovvertire una delle maggiori espressioni identitarie fra la squadra di casa e la propria gente.

La Roma ha voluto riaffermare il principio, assecondando il desiderio di Mourinho e rendendo in questo modo grazie ai tifosi più presenti dell'intero campionato. Quelle note con la squadra in campo rappresentano il reciproco abbraccio, senza più distanze di sorta. L'iniziativa è stata messa in atto per la prima volta il 23 settembre, in occasione del match con l'Udinese. Nessuna reazione ufficiale da parte della Lega, che però ha non l'ha affatto presa bene. Richiami ufficiosi, come a far intendere che un altro sgarro al regolamento non sarebbe stato gradito. Il club giallorosso ne ha preso atto, ma senza per questo voler rinunciare alle proprie ragioni, ben più profonde di una strampalata direttiva. Non certo per andare allo scontro frontale. La puntata numero 2 è andata in scena a pochi istanti dal fischio d'inizio della gara con l'Empoli. La volontà di far risuonare il proprio inno coi giocatori in campo (quindi dopo quello della Lega) era annunciata, ma le squadre sono entrate in ritardo di qualche minuto rispetto al protocollo e per non gravare ulteriormente sull'orario del fischio d'inizio, dall'altoparlante dello stadio sono partite soltanto le prime note, lasciando il proscenio ai trentamila presenti e al loro canto "a cappella". L'effetto è stato da brividi, tanto da far slittare comunque il calcio d'inizio, coi calciatori già schierati eppure rapiti da tanta bellezza. La Roma andrà avanti per la sua strada, anche nelle prossime partite casalinghe.

D'altra parte lo stesso battesimo dell'inno allo stadio fu travagliato. Anche allora contro una toscana (la Fiorentina), anche allora risuonato per pochi secondi dopo il gol decisivo (di Penzo) e poi costato una multa per violazione del regolamento. Il 15 dicembre 1974 la squadra di Liedholm ha appena spiccato il volo, viene da due vittorie consecutive, una delle quali nel derby. De Sisti conquista l'elmo creato dalla Sud facendo piangere i biancocelesti col tricolore sul petto per la seconda volta in stagione (saranno tre su tre alla fine). L'altra risposta ai dirimpettai destinata a creare un solco ancora più duraturo arriva dagli studi Rca, dove Giampiero Scalamogna detto Gepi comincia a scrivere l'inno per ribattere a quello dei fratelli De Angelis, di fede opposta. Il coinvolgimento di Venditti si rivela decisivo, come racconterà anni dopo in un'intervista rilasciata a Il Romanista: «Ho spiegato ad Antonello che mi ero anche impegnato a portare lì la Roma a fare da coro. Come gli ho fatto sentire il motivo, accennando "Roma, Roma, Roma", lui se n'è subito uscito con "Core de sta città". Gli ho detto: Se fai tutto il pezzo così, stamo a cavallo». Ma la genesi del testo è più lunga del previsto e anche l'originaria strofa "t'ha dipinta Dio" muta in "t'ho dipinta io". Alla fine i quattro autori (ci sono anche Sergio Bardotti e Franco Latini) partoriscono il capolavoro. De Sisti, Cordova e Liguori vengono invitati negli studi a registrare le seconde voci, sul lato "B" sono incisi i cori della Sud nel derby appena vinto. Tutto è pronto. Anche in quel caso basta la parola: Roma. È il titolo originale dell'inno - anche se in pochi lo sanno e nell'immaginario collettivo si ripete altre due volte come nel ritornello - insieme con "Non si discute, si ama". È così da quasi 47 anni. Figurarsi se ottuse burocrazie possono mettere in discussione l'amore.